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Retrospettive

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Concept art originale di H.R. Giger per Alien, 1977 — studio "O'Bannon's Alien D2"


Alien: film, fumetti, videogames. Nel corso degli anni è stato tirato fuori di tutto. Di tutto e pure di più. Ne vogliamo parlare? Sì? Bene. Però meglio che vi stringete forte forte le mutande, ché quanto segue è un pippone agghiacciante di proporzioni apocalittiche sulla nascita di Alien e relativo multi-franchise.

Alien è un franchise che si porta sul groppone la bellezza di quasi cinquant'anni. Mica fischi, insomma. Quindi, il fatto che ormai Alien come film, come saga, come franchise sia praticamente ossame spolpato fino al midollo dovrebbe essere abbastanza chiaro. Anzi. Vogliamo provare a dare una dimensione a 'sta cosa, sì? Bene. Al sottoscritto, per ovvie ragioni anagrafiche non è stato possibile vedere i primi due film al cinema, perciò, la prima volta con Alien di Ridley Scott è stata in VHS verso la fine degli anni '80.

Ecco, Aliens invece era uscito giusto qualche anno prima e già al secolo, il tempo in cui il film era in grado di suscitare brividi di panico e paura, era passato da un bel po'. Infatti, poco dopo, lo xenomorfo diventò il testimonial della Pepsi in una serie di spot dei primissimi anni '90. In cui si vedeva lo xenomorfo scolarsi a cesso una lattina di Pepsi e poi ruttare con una prepotenza e un'arroganza uniche direttamente in faccia a dei ragazzini. Eh, queste so' cose che non si dimenticano, signora mia. Quindi, se all'epoca era così, figuriamoci oggi quanta "paura" possa fare 'sto film, insomma.

Tuttavia, non è questo il punto. Nonostante tutto, Alien è uno di quei film che ciclicamente, ti metti e te lo riguardi. Di nuovo, di nuovo e di nuovo. Pensando ogni volta, ogni singola volta: cos'è che rende Alien un film così potente? Così... suggestivo? Ovviamente, il film di Ridley Scott non era certo il primo che parlava di mostri assassini provenienti dallo spazio. Tanto meno, la prima storia in cui i personaggi venivano sistematicamente massacrati uno a uno.

La risposta, però, non sta in una singola intuizione geniale. Alien è il risultato di una catena di idee, persone e influenze che parte dalla fantascienza pulp e passa per Dan O'Bannon, Dark Star, il Dune mai realizzato di Jodorowsky e l'arte di H.R. Giger, prima di arrivare a Ridley Scott.

Alien (1979): come è nato il mito

Alien 1979 di Ridley Scott — Regia: Ridley Scott, Sceneggiatura: Dan O'Bannon e Ronald Shusett


Da dove nasce Alien: la fantascienza pulp e il caso van Vogt

Il diavolo è nei dettagli; o almeno così si dice, no? Ecco, la storia, quella superficiale, in cui un essere alieno si ritrova per un motivo o per l'altro a bordo di un'astronave e massacra l'equipaggio, non è più né meno di robetta da pulp anni '50, a voler essere onesti. Anzi, a tal proposito, il grande Dan O'Bannon, lo sceneggiatore di Alien, se ne uscì con 'sta sparata assolutamente fantastica: "La storia di Alien non l'ho fregata a nessuno; l'ho fregata a tutti!"

Appunto, se sei il tipo che si sfonda di film della cosiddetta golden age della fantascienza, non è difficile rendersi conto di dove O'Bannon è andato a pescare per Alien. Cioè, dal radiofaro che guida l'equipaggio della Nostromo su LV-426 preso da Il pianeta proibito (Forbidden Planet), allo xenomorfo che si nasconde a bordo come ne Il mostro dell'astronave (It! The Terror from Beyond Space), insomma, le cose si notano.

A proposito: mica ci vogliamo dimenticare poi del tentativo di causa per plagio mosso da A. E. van Vogt nei confronti di Alien, eh? Essenzialmente, van Vogt minacciò di fare causa alla produzione del film per via del suo romanzo Crociera nell'infinito (The Voyage of the Space Beagle). Pubblicato nel 1950 e diviso in quattro parti, l'essere chiamato Ixtl ha una somiglianza piuttosto sospetta con Alien. Soprattutto riguardo alle tecniche riproduttive dei due mostri. Infatti, entrambi sono parassiti che depositano uova negli esseri umani, con l'embrione che una volta sviluppato divora dall'interno l'ospite.

Oh, potrebbe essere stata benissimo 'na coincidenza, mo vallo a sape', eh. Però, diciamo che van Vogt non la prese proprio benissimo. La questione non arrivò mai in tribunale: le parti raggiunsero privatamente un accordo economico da 50.000 dollari. Insomma, nessuna sentenza stabilì che Alien fosse un plagio. Ma il fatto che la faccenda si sia chiusa con un accordo extragiudiziale rende comunque la storia parecchio interessante.

E forse la cosa più interessante di tutte è come, in un certo qual modo, alla fine Dan O'Bannon si sia "copiato" da solo.

Dark Star: l'autocitazione di O'Bannon

Capiamoci un attimo meglio: pochi anni prima di Alien, nel 1974 uscì Dark Star, il primo film diretto da John Carpenter. La sceneggiatura venne scritta da Carpenter e O'Bannon, ok? Ora, in Dark Star, essenzialmente una commedia satirica piuttosto grottesca, c'è una sequenza chiamata Beachball with Claws.

Uno dei personaggi, il sergente Pinback (lo stesso Dan O'Bannon) ha adottato come "mascotte" della nave un alieno. Alieno curiosamente simile a… beh, sì, 'na palla, praticamente. L'alieno non fa altro che saltare per tutta la nave, rifiutandosi di restare in magazzino, costringendo così Pinback a inseguirlo ovunque. Pure nei condotti d'aerazione.

Ecco, fondamentalmente, quella gag sembra diventare, trasformata e completamente privata della sua componente comica, la celebre sequenza di Alien in cui il capitano Dallas (Tom Skerritt) si ficca nei condotti di ventilazione col lanciafiamme per cercare lo xenomorfo.

Alien 1979: il capitano Dallas nei condotti di ventilazione cerca lo xenomorfo


Intanto, ok: quattro gatti s'andarono a vedere Dark Star; ma erano comunque gatti importanti. Innanzitutto, Ridley Scott fu uno di quei pochi che avevano visto e apprezzato il film. Perciò, quando poi venne contattato anni dopo, accettò e fu contento di dirigere Alien. Soprattutto, un altro che s'andò a vedere e a cui era piaciuto il film di Carpenter, indovina un po' chi era? Alejandro Jodorowsky.

Che all'epoca aveva acquisito i diritti su Dune di Frank Herbert.

Il ponte con Dune di Jodorowsky e la nascita di Star Beast

LA CATENA DELLE INFLUENZE

Dark Star → Dune → Star Beast → Alien

Siccome a Jodorowsky Dark Star era piaciuto parecchio, invitò O'Bannon ad aiutarlo con l'ambizioso adattamento del libro che c'aveva intenzione di fare. Così O'Bannon fece "armi e ritagli", vendette tutte le sue cose e si trasferì a Parigi per lavorare al film. Una volta lì, mentre lavorava su Dune, incontrò un fottìo di gente importante: tipo Chris Foss, Ron Cobb, Jean Giraud (Moebius) e H.R. Giger.

Quando poi il Dune di Jodorowsky finì all'aceto per carenza di pecunia, O'Bannon prese tutti 'sti cristiani e cominciò a lavorare su questo suo progetto, una sceneggiatura intitolata Star Beast. Riciclando poi molte delle cose già realizzate per Dune. A pensarci adesso, la cosa buffa è un po' come se Alien fosse "il figlio" di Dune, in effetti. Comunque.

Progetto della piramide di H.R. Giger per il film Alien del 1979


Siamo nel 1976: Dan O'Bannon, su soggetto di Ronald Shusett, completò la sceneggiatura di Star Beast. Successivamente rinominata Alien, va detto che ci sono, ma proprio giusto un paio, di cose per niente indifferenti in questa prima versione. Innanzitutto, c'erano già lo xenomorfo, il relitto dell'astronave e il cadavere dello Space Jockey. Tuttavia, c'era anche 'sta specie di struttura piramidale, piena di uova aliene. Tra l'altro descritte più come scatole metalliche, contenitori insomma, piuttosto che uova vere e proprie.

ALIEN PRIMA DI ALIEN

1976 — STAR BEAST

Piramide.
Uova.
Facehugger.
Culto della riproduzione.
Space Jockey.
Una specie aliena evoluta e complessa.


Concept art di Ron Cobb per l'altare e la piramide aliena in Alien


In ogni caso, era in questa piramide che l'equipaggio della Nostromo avrebbe dovuto incontrare i facehuggers. Alla base, l'idea iniziale era che gli xenomorfi sarebbero dovuti essere una civiltà avanzata, sì; colta, anche; ma dal ciclo vitale incredibilmente complesso. La cui gestazione comportava l'uso di ospiti viventi, seguita poi da uno stadio adolescenziale violento, aggressivo e privo di ragione. La specie dunque aveva sviluppato un rigoroso culto religioso basato sul loro metodo di riproduzione, il quale veniva svolto appunto in queste piramidi.

Progetto della nave dello Space Jockey di H.R. Giger per Alien del 1979


Dunque piramide, uova, facehuggers e compagnia bella erano previsti essere tutti autoctoni del pianeta. Lo Space Jockey, così come quelli della Nostromo, c'era capitato semplicemente per caso lì e usato come vittima sacrificale nel culto della riproduzione. Sarebbe stato meglio? Peggio? Vallo a sapere adesso. Fatto sta che alla fine, tutta 'sta roba venne eliminata dallo script perché, ovviamente, non ci stavano i dindini per mettere in piedi la cosa.

Pertanto, nella versione definitiva di Alien, la piramide è stata "fusa" col relitto della nave dello Space Jockey e si lascia intendere che fosse lui a trasportare le uova. Ciononostante, l'idea della struttura piramidale piena di uova/contenitori, ci so' voluti anni, certo; ma alla fine venne utilizzata. Difatti, si può vedere sia in Alien vs. Predator sia in Prometheus.

Alien 1979: la Nostromo su LV-426


Altra cosa da notare, così come inizialmente concepito da O'Bannon e Shusett, Star Beast/Alien pareva più un b-movie, ma proprio di quelli poverissimi, fac-simile dei film di fantascienza anni '50 anzichenò. I personaggi c'avevano nomi assurdi tipo Chaz Standard, Cleave Hunter e Jay Faust. La violenza era molto più accentuata, ma non nel senso buono del termine. Era più del tipo sensazionalistica, volendo. In altre parole, i presupposti per una ciofeca c'erano tutti.

L'apporto di Giger, Foss e Cobb: perché Alien non è finito come un b-movie

Fortunatamente, così non è stato. La storia del mostro che si nasconde e viene fuori scherzone per farsi l'equipaggio, alla fine è solo la superficie. La proverbiale punta del proverbiale iceberg, volendo parafrasare. Perché la vera forza di Alien è quell'enorme massa nascosta al disotto. I dettagli, appunto. Parliamoci chiaro: sono cinquant'anni che si continua a discutere di e su Alien. Se tanto mi dà tanto, un motivo dovrà pur esserci, no?

LA STORIA ERA SEMPLICE. L'IMMAGINARIO NO.

È qui che Alien smette di essere soltanto una storia di mostri nello spazio e diventa qualcosa di molto più grande: un mondo visivo costruito dalla somma di contributi diversi.

Ontologicamente parlando, Alien è praticamente la sostanza che vede la causa di sé in se stesso. Per essere più chiari, diciamo che Alien è una specie d'idra a più teste: ognuna è il personale apporto di chi ci ha lavorato. Cioè, non è merito di Tizio o merito di Caio se Alien è quel che è. Anzi. Come nella composizione di una melodia, dove certo non puoi butta' le note alla cazzomannaggia ma c'è bisogno di equilibrio per ottenere l'armonia, così è il film.

La storia scritta da O'Bannon è intrigante, certo; ma fondamentalmente banalotta. Per quanto successivamente si so' potuti prendere a sputi, fischi e pernacchie, c'è da riconoscere comunque il merito anche ai produttori David Giler e Walter Hill - sì, proprio Walter Hill, il regista de I guerrieri della notte - che inserirono i personaggi di Ripley e l'androide Ash. Nonché, pure la sottotrama della Weyland-Yutani dovrebbe essere un'idea di uno dei due.

Alien 1979 di Ridley Scott: interno della nave dello Space Jockey su LV-426


Poi, indiscutibile è l'apporto di H.R. Giger. Con la sua arte surrealista, cupa e che mescola organico, meccanico, sensualità, irrealtà e orrore, ha dato vita a una creatura che dire straordinaria è poco. Lo xenomorfo di Alien è unico. Se uno dovesse descriverlo con un aggettivo, sicuramente sicuramente quello sarebbe onirico. Ché lo xenomorfo, la sua figura, rappresenta pienamente l'incarnazione di tutti quegli incubi di cui al risveglio c'hai solo un vago ricordo.

Tutto in lui è inquietante e in qualche modo… corrotto. A partire dal suo ciclo vitale - copiato o meno che sia - brutale, invasivo e orrendo, fino alla sua stessa presenza che incombe sui personaggi come una malattia incurabile. Tuttavia non si tratta solo di questo. L'arte surreale di Giger fa magnificamente a cazzotti, nel senso buono, eh, coi disegni tecnici dei "futuristi visuali" Chris Foss e Ron Cobb.

Alien 1979 di Ridley Scott: Kane che trova le uova di facehugger


Nonostante siano passati quasi cinquant'anni, la nave aliena dello Space Jockey non è invecchiata di un solo giorno. Nel senso, non ha quell'aspetto retrofuturista buffo e datato di tante cose simili che si vedono in dozzine di film vecchi di trenta o anche solo vent'anni fa, al massimo. Dove il "futuro" o probabili mondi extraterrestri, paiono inevitabilmente posticci a schifo. Al contrario, la nave spaziale aliena di Giger, così diversa, così "organica" e magnificamente in contrasto con l'austera essenzialità metallica della Nostromo di Foss e Cobb, sembra ancora un qualcosa di profondamente e veramente alieno.

Ecco, tutto questo, tutta 'sta mole di dettagli da sovraccarico sensoriale quasi, in mano a qualcuno di meno capace era un attimo a finire in cagnara. Cosa effettivamente successa anni dopo, nel 1995, col film Specie mortale (Species). Al contrario, Ridley Scott arrivò a capire e sfruttare un concetto semplice, ma molto importante: less is more. Cioè, meno è meglio. La regia di Scott è moderata, minimalista e funzionale all'economia del film.

Scott è misurato, mantiene l'azione in Alien a filo, inframezzandolo con occasionali lampi di violenza che punteggiano il film. Non ha cercato il sensazionalismo spicciolo. Non ha cercato di far presa sul pubblico schiaffandogli subito in bocca il mostro, riducendo il tutto a un semplice slaughter party. In parole molto semplici, non l'ha ridicolizzato. Che te lo dico a fare, poi: la magia degli effetti speciali del nostro Carlo Rambaldi ha fatto il resto, dando la giusta potenza visiva al tutto.

La novelization di Alan Dean Foster: la scena del bozzolo tagliata dal film

Un chiarissimo esempio di 'sta cosa sono le novelization dei film, scritte da Alan Dean Foster. Che riprendono, e in qualche modo ampliano, il sottotesto nascosto del film. Per esempio, nel primo romanzo tratto dal primo film della serie, ci sono alcune piccole, ma significative differenze che portano la storia verso un'espansione (la prima) orizzontale.

Tipo, il romanzo implica che l'umanità abbia stabilito il contatto con specie extraterrestri prima dell'incontro con lo xenomorfo, mentre ciò nel film non avviene. Poi, la scena in cui i sopravvissuti parlano con la testa mozzata di Ash è significativamente più lunga. Appunto, Ash conferma che la compagnia aveva già decifrato il segnale proveniente da LV-426 e che sapevano benissimo dell'alieno e avevano pure già una vaga idea di cosa fosse e come avrebbero potuto utilizzarlo.

Inoltre, la novelization segue lo script originale di Alien. Infatti, Ash afferma che gli xenomorfi sono autoctoni di LV-426 e lo Space Jockey, lì, ci è capitato per caso quando è atterrato durante un'esplorazione di routine. Oddio, almeno così era all'epoca. In Alien film, ma in particolare nel sequel Aliens e poi Prometheus invece, viene definitivamente specificato che le uova non provenivano da LV-426. Al contrario, sono state portate sul pianeta dagli Ingegneri a bordo della loro nave.

Alien 1979: Ian Holm interpreta l'androide Ash


Ultimo ma non meno importante, c'è una scena particolare nel romanzo. In cui Ripley, dopo aver attivato il sistema di autodistruzione della Nostromo, scopre il punto dove lo xenomorfo aveva nidificato trovandoci i corpi di Dallas e Brett. Avvolti in bozzoli di materiale organico corrosivo che lentamente li sta trasformando in uova. Nonostante tutto, Dallas è ancora vivo e implora Ripley di ucciderlo. Cosa che lei fa, incenerendo tutto col lanciafiamme.

Scena di Dallas nel bozzolo eliminata dal film Alien del 1979


Questa sequenza, fondamentalmente per chiudere il cerchio e spiegare il ciclo riproduttivo degli xenomorfi, fu effettivamente girata per Alien. Però, visto che Ridley Scott è pazzo in culo e c'ha 'sta brutta mania di lasciare sospesi, decise di tagliarla; in quanto pensò che non fosse utile all'economia del film e appunto, un alone di mistero avrebbe sicuramente giovato alla storia. Cosa sensata, in effetti. Peccato per quel che successe poi, ma tant'è.

A ogni modo, mentre le altre differenze tra Alien film e libro sono state bellamente ignorate nei successivi romanzi della serie, la scena del bozzolo è ancora citata nei romanzi Aliens e Alien 3, nonostante non appaia nel primo film. Comunque, la sequenza è tranquillamente visibile dato che nella extended cut di Alien del 2003 è stata reintegrata nel film.

Aliens (1986): lo scontro finale

Aliens 1986 di James Cameron — Regia e sceneggiatura: James Cameron


DAL 1979 AL 1986

Alien è la storia dello xenomorfo.
Aliens è la storia di Ripley.

Il primo film costruisce l'orrore.
Il secondo costruisce la risposta all'orrore.

Arriviamo così a un punto cruciale nella storia di Alien: l'entrata in scena di Cameron il distruttore. Come Attila, dove passa James Cameron, non crescono più i sequel. Per una questione molto semplice in realtà. Cioè, le storie scritte da Cameron mettono un punto fermo. Definitivo e inamovibile. Il che, da un punto di vista narrativo è logico e giusto, ma è 'na cosa che fa letteralmente a cazzotti (nel senso peggiore) con la logica monetaria di Hollywood.

Scott o Cameron? Un falso problema

Negli anni, cosa inevitabile del resto, ogni stramaledettissima volta si parla di Alien, viene fuori sempre la solita tarantella: c'è chi preferisce Alien di Ridley Scott, chi invece considera migliore Aliens di James Cameron. Siamo onesti: è una stronzata. Per il semplice fatto che 'sti due film sono complementari. Scott e Cameron sono registi diversi, ognuno col proprio stile. Laddove Scott preferiva creare una sottile atmosfera di tensione, Cameron tira fuori un film di guerra gung-ho. Queste sono due parti di una sola storia che si completano a vicenda.

Aliens 1986 di James Cameron: Sigourney Weaver e il cast del film


Fondamentalmente, un altro regista col compito di girare un sequel non si sarebbe sbattuto più di tanto. Avrebbe buttato lì un'altra nave, un'altra manciata di personaggi da far morire in modi più o meno fantasiosi, lo stesso mostro del film precedente et voilà! Eccoti il compitino copia-e-incolla bello impacchettato. Invece Cameron, non è che il suo film sia migliore o più bello di quello di Ridley Scott; semplicemente ha scelto di fare le cose a modo suo, creando un film con un proprio tono, ritmo e temi.

Perché Aliens funziona: la costruzione dei personaggi prima dell'azione

Soprattutto, tralasciando Prometheus e Covenant, per decenni Aliens è stato l'unico sequel a funzionare perché la storia Cameron l'aveva scritta con criterio. Nel senso: Alien è uscito nel 1979, mentre Aliens sette anni dopo, nel 1986. In quest'arco di tempo, in cui dal successo del primo film è venuto fuori di tutto, addirittura giocattoli, giocattoli, eh, come speri di sorprendere ancora il pubblico con un soggetto già così ampiamente sfruttato?

Ora, guardiamo un attimo come comincia Aliens, ok? Nella finzione della storia, dopo aver sbattuto fuori lo xenomorfo dalla navicella, Ripley passa la bellezza di cinquantasette anni alla deriva nello spazio. Viene trovata per caso, recuperata e riportata sulla Terra da una squadra di salvataggio in missione di routine. Sì, chiaramente può sembrare 'na semplice cazzattella, ma ragioniamoci un attimo.

Il fatto stesso che ci siano squadre di salvataggio nello spazio profondo, la cui direttiva principale è il recupero di oggetti spaziali, ha un significato implicito enorme. Significa che gli esseri umani non vivono più in un'epoca in cui il viaggio nello spazio è strettamente esplorativo. Al contrario, squadre di addetti al recupero di rottami spaziali implica una certa familiarità con l'universo stesso. Cioè, se così non fosse, trovare una donna alla deriva in una navicella spaziale chissà da quanti anni avrebbe portato a una serie di domande infinite. Invece, nel film, la cosa viene considerata piuttosto normale.

Aliens 1986: il soldato Vasquez e gli space marine


Oltretutto, veniamo anche a sapere che Ripley aveva una figlia, Amanda. Che fondamentalmente non ha mai conosciuto a causa della deriva di quasi sessant'anni nell'ipersonno. Tra l'altro, vatti a ricordare mo in quale edizione reintegrata, dovrebbe esserci pure una scena tagliata in cui viene spiegato che Amanda sia morta di cancro. Ecco, tutto questo non è semplice infodump, mondezza in pratica, buttata lì con l'unico scopo di allungare la pappardella.

La colonia di Hadley's Hope su LV-426 nel film Aliens del 1986 di James Cameron


Al contrario, Cameron sceglie di costruire Aliens basandosi sui personaggi. La prima oretta serve a costruire e reintrodurre metodicamente Ripley all'interno della storia, insieme al resto del cast: l'equipaggio di Colonial Marines che l'accompagneranno di nuovo su LV-426. Tra l'altro, vale la pena notare quanto i Marines Coloniali, come personaggi, siano diventati memorabili. Il Caporale Hicks, Vasquez, Hudson e tutti gli altri sono diventati praticamente un cliché infinitamente sfruttato ovunque, dal cinema ai videogiochi.

James Cameron è stato furbo: ha capito che non poteva riproporre lo stesso pastone da buttare in faccia al pubblico. L'effetto sorpresa era scomparso da tempo, perciò gli xenomorfi all'interno della storia sono un'appendice. Curata, sicuramente; ma comunque sempre un'appendice.

Alien era la storia dello xenomorfo. Aliens invece è la storia di Ripley.

Ripley e Newt: la crescita del personaggio al centro di Aliens

Ripley e Newt nel film Aliens del 1986 di James Cameron


Tutto segue un arco narrativo semplice, efficace e al tempo stesso molto stratificato. LV-426, nei sessant'anni di assenza di Ripley, è stato terraformato e trasformato pure in una colonia. Molto probabilmente, un'ennesima macchinazione della compagnia per studiare lo xenomorfo.

Ripley, come personaggio, affronta una crescita per nulla indifferente, ottenendo la possibilità di affrontare i mostri del suo passato, fortificandosi e nel frattempo trovare una figlia surrogata in Newt. Con la quale instaura un rapporto madre-figlia che in un certo modo, spinge Ripley a diventare ancora più forte.

Bozzetto concettuale dello Xenomorfo di Alien disegnato da H.R. Giger


In ogni caso, come detto, vero è che Aliens è la storia di Ripley e gli xenomorfi fanno da sfondo, diciamo. Tuttavia, c'è una cosa molto importante che non può essere trascurata. Aliens funziona perché la prima parte costruisce, introduce e sviluppa i personaggi in modo logico e coerente. Tutto il resto è un'infinità di mazzate ed esplosioni; e in tutto questo, gli xenomorfi, per quanto possano essere considerati secondari, vengono comunque trattati col dovuto rispetto.

Più su si diceva della scena eliminata in Alien, quella con Dallas e Brett nel bozzolo, no? Eh, Ridley Scott ha sempre avuto chiara l'idea di come gli xenomorfi si riproducessero. Il fatto che non chiamarono lui a dirigere il sequel è 'na cosa che a lui non se n'è mai scesa. Mai, proprio. Tant'è che quando fu lo stesso Cameron a chiamarlo per informarlo di persona del cambio di rotta - gentilmente, pure - a Scott rimase comunque l'amaro in bocca. Difatti, Cameron scelse di sviluppare il design degli xenomorfi e della Regina insieme a Stan Winston, mentre Giger non fu coinvolto nel sequel.

Aliens 1986: la Regina degli xenomorfi


Al di là di tutto comunque, il più grande successo di Cameron, la vera forza di Aliens, sta nell'aver creato una storia che s'integra perfettamente con l'originale Alien. Visti a posteriori, Aliens diventa il secondo atto di una storia più lunga. In cui la protagonista, Ripley, dopo l'orrore del primo incontro con lo xenomorfo, prende in mano la situazione ed è in grado di mettere la parola fine ai suoi incubi. Con Aliens, Cameron ha in pratica creato un cerchio perfetto. Con una storia logica, coerente e che aveva un inizio, un mezzo e una fine. In pratica, questo è il motivo per cui ogni successivo tentativo di sequel era destinato a priori al fallimento.

L'eredità di Alien: cyberpunk, body horror e la nascita di un immaginario

Alien novelization di Alan Dean Foster – 1979


Quindi, costato poco meno di undici milioni di dollari, Alien alla fine se ne portò a casa oltre cento; e con giusta ragione, pure. Però, c'è comunque un "ma". D'accordo, tutti quelli che hanno messo mano al film erano in gran forma, se così vogliamo dire. Professionisti che hanno dato il massimo per ottenere il miglior risultato possibile. I loro sforzi sono stati sicuramente ripagati ma, tuttavia, questo basta a far sì che si parli di un film per quarant'anni?

Beh, no. Il fatto è che di film validissimi che so' andati a finire giù per lo scarico di quel cesso chiamato dimenticatoio, ce n'è come se buferasse. Allora cos'è che ha distinto Alien, il distinguo che non gli ha fatto fare la stessa fine?

IL LINGUAGGIO DI ALIEN

Biomeccanica.
Claustrofobia.
Body horror.
Minaccia invisibile.
Tecnologia e carne.

La risposta sta in quanto quell'immaginario, quel linguaggio visivo biomeccanico messo in piedi da Giger, sia poi filtrato ovunque, diventando grammatica visiva condivisa. Ci ritrovi le tracce, neanche troppo nascoste, nell'estetica techno-organica che negli anni '80 e '90 attraversa il cyberpunk: dai manga e dagli anime di Masamune Shirow - pensa a Ghost in the Shell o Appleseed, dove corpo e macchina si fondono con la stessa inquietudine erotico-meccanica di Giger - fino a certe derive più oscure, tipo Blame! di Tsutomu Nihei. Cioè, più che una serie di casi isolati, è la nascita di una grammatica visiva condivisa.

Discorso simile per quanto riguarda il body horror. Il ciclo riproduttivo dello xenomorfo, quel corpo umano usato come incubatrice inconsapevole e poi distrutto dall'interno, ha aperto una vena che il cinema e i videogiochi hanno continuato a scavare per decenni. La vedi nel survival horror più debitore nei confronti di Alien, Dead Space, dove il Necromorph riprende senza troppi giri di parole l'idea dell'infezione parassitaria che trasforma il corpo in arma contro chi lo ospita. La vedi, ovviamente, in Alien: Isolation: che di quel linguaggio - claustrofobia, tensione costante, il mostro che non si vede mai per intero - ne ha fatto l'essenza stessa del gameplay.

Essenzialmente, un film è tanto memorabile quanto in grado di colpire l'immaginazione. D'impressionare, stupire e restare impresso nella mente dello spettatore. Alien non è solo un bel film fatto bene. Al suo interno, nasconde molto più di quanto ci sia in superficie ed è proprio quello che colpisce profondamente. L'esempio dell'iceberg più su, non era buttato alla cazzomannaggia. Anzi. Tanto per capirci, no, ma solo il cadavere dello Space Jockey che l'equipaggio della Nostromo trova su LV-426, ma quanti possibili scenari apre?

Perché Alien non è mai morto

Alien non è diventato immortale perché aveva lo xenomorfo.

È diventato immortale perché ha costruito un linguaggio capace di sopravvivere al film stesso.

Dan O'Bannon ci ha messo la paura ancestrale della fantascienza pulp. Dark Star gli ha insegnato che una buona idea poteva essere trasformata, cambiando completamente tono. Il Dune mai realizzato di Jodorowsky gli ha fatto incontrare un gruppo di artisti destinati a lasciare un'impronta enorme sul progetto. Giger ha dato un corpo all'incubo. Foss e Cobb hanno costruito il mondo in cui quell'incubo poteva muoversi. E Ridley Scott ha capito che tutto questo non aveva bisogno di essere mostrato continuamente.

Poi è arrivato James Cameron.

E invece di provare a rifare Alien, ha preso quel linguaggio e l'ha trasformato in qualcos'altro. Più grande, più rumoroso, più muscolare. Ma ancora capace di parlare della stessa paura.

È questo il motivo per cui, quasi cinquant'anni dopo, continuiamo a parlare di Alien.

Non perché lo xenomorfo sia semplicemente un mostro figo.

Ma perché, sotto quella bocca, quelle mandibole, quella pelle nera e quel ciclo riproduttivo da incubo, c'è un'idea molto più difficile da uccidere.

L'idea che là fuori ci sia qualcosa che non dovrebbe esistere.


IL SOTTERRANEO — RETROSPETTIVA ALIEN

Parte 2 — Alien 3, Alien Resurrection e l'espansione del mito

Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.

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