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Retrospettive

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Poster del film di fanta-horror Punto di non ritorno (Event Horizon) del 1997 con Sam Neill


Dunque: Event Horizon; cioè, orizzonte degli eventi. Strano titolo per un film dell'orrore, eh? Perché, in sostanza, l'orizzonte degli eventi è il confine attorno a un buco nero, oltre il quale la velocità di fuga richiesta per allontanarsi supera quella della luce. In altre parole, non una barriera nel senso fisico del termine, ma un punto oltre il quale le leggi della fisica t'impediscono semplicemente d'invertire la rotta. Perciò, qualsiasi cosa che attraversi quel punto, non può più tornare indietro.

Ora, la cosa buffa è che Punto di non ritorno, il veramente poco evocativo titolo italiano del film, per quanto strano possa sembrare, se ci pensi giusto due secondi ti accorgi che in realtà è più accurato di Event Horizon. Perché "punto di non ritorno" è esattamente la definizione in parole povere di cosa sia l'orizzonte degli eventi; e ci sono diversi motivi per cui il film si chiama proprio così. 

Il problema sta nel fatto che Punto di non ritorno - o Event Horizon, a piacere tuo, insomma - è un film particolare, certo. Intrigante, volendo. Interessante, addirittura. Sì, peccato solo per i motivi completamente sbagliati. Nel senso, se dici di voler fare Shining però nello spazio e usare, poi, un concetto specifico legato a una particolare teoria scientifica per costruirci sopra una storia dell'orrore, meglio che tu sappia esattamente cosa stai facendo.

Punto di non ritorno dalla cagnara

Sam Neill che interpreta il dottor Weir nel film del 1997 Punto di non ritorno (Event Horizon) diretto da Paul W.S. Anderson


Proviamo a metterla così: diciamo che a volergli dare una faccia, gli anni novanta sicuro avrebbero quella dell'alieno tipo a titolo generico. Cioè, non quella di un alieno particolare, no; proprio quello generico, ultra-stereotipato: grigio, basso, occhi neri, testone, ok? Quello. Ecco, ma che c'entra questo con Punto di non ritorno? Semplice: gli anni novanta sono stati quelli del "I Want to Believe" di Mulder e Scully. Gli anni in cui il dottor Daniel Jackson correggeva gente che pigliavano "Porte del cielo" per "Porte delle stelle". Addirittura, in America, all'epoca i presidenti che facevano saltare in aria astronavi aliene per festeggiare il Giorno dell'indipendenza. 

Se non fosse sufficientemente chiaro, lo spazio e i suoi eventuali abitanti, ce l'hanno sparati col tubone dritti in gola: da Mars Attacks! a Men in Black, passando per Space Jam fino a The Faculty - senza contare, ovviamente, tutti quei titoli decisamente più modesti che nel frattempo andavano e venivano a scadenza regolare - in quegli anni lì, gli alieni uscivano veramente fuori dalle fottute pareti.

Adesso immagina: siamo nel 1997. A un certo punto, a Paul "al secolo senza W. S." Anderson, regista giovine e dinamico, sorta di antesignano di Zack Snyder solo con più latte e meno slomo, viene affidato 'sto progettino altrettanto giovine e dinamico. Così, il momento è finalmente giunto: con Punto di non ritorno, pure Anderson può dire la sua a proposito di alieni.

La trama, tra muri di testo e Nettuno

La navetta Lewis & Clark con i protagonisti che si preparano a salire a bordo della Event Horizon nel film Punto di non ritorno


Quindi, Punto di non ritorno comincia e la qualità, ti rendi conto ma proprio subito, vola altissima. Proprio perché, di norma, i film di qualità, proprio tutti, cominciano col W.O.T.; cioè, il Wall of Text. Cioè ancora, il muro di testo a schermo. In sostanza, tutta la pappardella è riassumibile col fatto che nel "lontanissimo" 2015 (!) l'uomo è riuscito a colonizzare la Luna. Bene. Fatto che ha dato poi il via a una nuova era di esplorazioni spaziali. Benissimo. 

Nei successivi trent'anni o giù di lì, pure Marte viene colonizzato e diventa 'na specie di via della seta per il commercio planetario. Piano piano arriviamo al 2040: incastonata in questa splendida cornice di grandi opportunità, la Discover… no, 'spetta. Il Titan... no, neanche. La Event Horizon, ecco. Sì, la Event Horizon parte per il suo viaggio inaugurale. Sfortunatamente, arrivata nei pressi del pianeta Nettuno, la Horizon scompare senza lasciare traccia. Passano sette anni. Siamo nel 2047 e la Event Horizon ricompare misteriosamente. Cioè, proprio così, di botto.

Adesso capiamoci: perché a qualcuno dovrebbe fregare qualcosa di tutta 'sta tarantella? Punto di non ritorno non è un libro, ma uno stramaledetto film. Non c'è bisogno di spiegarle letteralmente a parole le cose, basta mostrarle. Cioè, quando la Luna è stata colonizzata, Marte che diventa un snodo commerciale, l'anno esatto in cui parte per il suo primo volo la Event Horizon e via dicendo, ma tutta 'sta roba qua è utile e/o in qualche modo rilevante ai fini della storia e del suo prosieguo? No.

Laurence Fishburne che interpreta il capitano Miller nel film Punto di non ritorno (Event Horizon) diretto da Paul W.S. Anderson


Chiaramente, ci sono casi in cui il W.O.T. è utile. Tipo Guerre Stellari, per dire: "Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...", giusto? Trenta secondi, praticamente una piccola nota di colore con cui imposti la storia e fai capire a grandi linee al pubblico dove stai andando a parare. Vai, a posto così. Immagina invece tre minuti di scritte: quando Tatooine è stato colonizzato. Cos'è una fattoria di umidità. Quando i Lars hanno deciso e come sono diventati agricoltori. Cosa faceva quel coglione di Luke Skywalker tutto il giorno alla fattoria prima di diventare un cavaliere Jedi.

Sarebbe stato meglio così? No. Appunto, in Punto di non ritorno tutta quella pappardella serve solo ad allungare, inutilmente, il brodo. Ché tutto ciò che materialmente conta è la scomparsa della Event Horizon. Il resto, non solo è inutile perché facilmente esplicabile/deducibile/eventualmente risolvibile con una o due scene di pochi secondi, ma non se ne parlerà mai più. 

Comunque.

Una delle allucinazioni di cui soffre il dottor weir durante il film Punto di non ritorno (Event Horizon) diretto da Paul W.S. Anderson


Segue bella panoramica della Event Horizon alla deriva che stringe e poi stacca sul corpo martoriato e tumefatto di un uomo che fluttua nella cabina di pilotaggio. A quanto pare, questa era... boh, un'allucinazione? Un incubo? Una premonizione, forse? Qualunque cosa sia, sta tutto nella testa del dottor William Weir - il compianto Sam Neill, in quegli anni lì l'uomo più scienziato di Hollywood insieme a Jeff Goldblum - in quel momento a bordo della Lewis and Clark. La nave di recupero/soccorso mandata a scoprire cosa sia successo alla Event Horizon.

La Uss Sulac… cioè, la Lewis and Clark, guidata dal capitano Miller - un giovine Laurence Fishburne pre-Matrix - è fantastica. Semplicemente fantastica. Non tanto per il design in sé per sé, quanto, semmai, per quei piccoli dettagli che danno carattere al quadro generale. Tipo il fatto che il capitano di una nave spaziale sta col giubbotto di pelle alla Fonzie, per dire. Oppure, l'intero equipaggio che fuma a manetta, sempre per dire.

Gente che fuma come se non ci fosse un domani a bordo di una nave spaziale in missione nello spazio profondo, dove, tra l'altro, i depuratori di CO2 avranno pure un ruolo fondamentale nella storia. Una parola: bellissimo. Sì, non è il massimo in termini di plausibilità, ma è bellissimo lo stesso e questo bisogna riconoscerglielo. A ogni modo, il punto dovrebbe essere, su carta almeno, scoprire cosa sia successo alla Event Horizon, giusto? Giusto.

A bordo della Event Horizon: il motore e la teoria

Il motore della nave Event Horizon in grado di creare buchi neri progettato dal dottor Weir


Perciò, da Punto di non ritorno a Punto e a capo è un attimo. Infatti, via a spiegare di nuovo la stessa storia della scomparsa della nave, peso peso e paro paro come spiegata all'inizio. Così, giusto se a qualcuno fosse sfuggita qualche parola dell'assolutamente inutile pippone iniziale. Attenzione, però: il dottor Weir aggiunge il dettaglio che in realtà, la Event Horizon non era una semplice nave, ma un progetto (governativo?) top secret. 

Il motore della Event Horizon progettato e costruito da lui, altro non è che un buco nero in miniatura in grado di generare dei wormhole che permettono alla nave di aggirare le leggi della relatività. In altre parole, la nave ha la capacità di attraversare lo spazio-tempo coprendo distanze siderali in poco più di una manciata di giorni anziché in centinaia di anni. Peccato che in Punto di non ritorno il dottor Weir spieghi 'sta cosa ancor più terra terra di così, passando direttamente ai disegnini.

Il fatto è che a monte, in Punto di non ritorno i personaggi, cioè l'equipaggio della Lewis and Clark, dovrebbero essere persone altamente qualificate a cui è stato affidato il compito di recuperare un'altra nave spaziale alla deriva nei pressi di un altro pianeta. Tradotto ulteriormente, ciò significa che matematica, fisica e ingegneria dovrebbero essere le basi. In teoria. Nella pratica, invece, sono un mucchietto di cazzoni a cui bisogna spiegare il concetto coi disegnini.

Jason Isaacs che interpreta D.J., il medico di bordo nel film del 1997 Punto di non ritorno (Event Horizon) diretto da Paul W.S. Anderson


Adesso attenzione, eh, ché le cose cominciano a farsi strane assai, insomma. Nel senso, una volta risvegliatisi tutti nei pressi dell'orbita di Nettuno, il dottor Weir spiega che la Nasa s'è accorta della ricomparsa della Event Horizon solo perché qualcuno (o qualcosa) a bordo della nave ha inviato un segnale di soccorso. Fatto stranamente plausibile che il film, però, fa passare piuttosto di sfuggita. Cioè, viene detto esplicitamente che l'avamposto umano più vicino a Nettuno si trova su Titano, la luna di Saturno, a oltre tre miliardi di chilometri di distanza. 

Quindi sì, nel 2047 di Punto di non ritorno, i viaggi interstellari sono la norma, ma questo non significa che ogni angolo del sistema solare sia sorvegliato o monitorato. Nettuno è ben oltre il perimetro operativo di routine: la colonizzazione ha raggiunto Luna e Marte, ma non esiste nessuna presenza stabile né rete di sensori così lontano. Ecco perché, senza il segnale di soccorso, nessuno si sarebbe accorto di nulla. Perché non c'era letteralmente nessuno lì vicino a notare qualcosa, a prescindere da quanto siano diventati normali i viaggi spaziali.

Questo va benissimo. Il problema sta su cosa invece si concentra il film: questa specie di S.O.S partito dalla Event Horizon sembrerebbe un tantino criptico, diciamo. Ascoltando la registrazione, infatti, si sente solo una voce che blatera qualcosa d'incomprensibile. Per il resto, sono tutte urla, ruggiti e vagiti con sottofondo di statica. Ecco, Weir spiega che alla Nasa, dopo aver filtrato e pulito più e più volte il segnale con tutte le sofisticatissime attrezzature a loro disposizione, nessuno è riuscito a decifrare il messaggio.

La nave spaziale Event Horizon alla deriva nei pressi dell'orbita di Nettuno


Allora D.J. - Jason Isaacs, per gli amici Lucius Malfoy - il medico di bordo, un tipo che su una nave spaziale va in giro con bisturi e siringhe nel taschino del gilet da pesca, ascolta il messaggio. Una volta. Una. A botta secca capisce che la voce in realtà parla in latino e lo traduce al volo. Ora, il problema logico è che stiamo parlando di un'agenzia governativa con accesso a risorse d'intelligence enormi, in un'epoca di viaggi interstellari: possibile che nessuno, tra migliaia di persone e computer dedicati, sapesse il latino o anche solo pensasse di farlo tradurre da un programma qualsiasi?

Una cosa del genere può significare solo due cose: nel 2047 le sofisticatissime attrezzature della Nasa si riducono a due Commodore 64 e un Sapientino. Oppure, c'è un vergognoso problema di compravendita di posti di lavoro. Sia come sia, finalmente mettono piede a bordo dell'Overlook Hot… della Event Horizon ed è qui che Punto di non ritorno comincia effettivamente a precipitare del tutto. A partire dal design della nave.

In sé non è male, no; se al massimo ti chiami Ludwig Von Stranopaper e non vuoi che Zio Paperone trasformi il tuo castello in un hotel. Tralasciando il piccolissimo dettaglio che le dimensioni interne della nave non tornano mai con quelle esterne e la lunghezza percepita cambia scena per scena, su carta la Event Horizon dovrebbe essere un super-avveniristico mezzo di esplorazione spaziale. Su carta, eh.

Metti che invece nella pratica pare più il castello di Dracula ma con due razzi attaccati dietro. Sale piene di colonnati e archi a volta tipo gotico-barocco? Porte con spuntoni a corredo di corridoio con lame rotanti? Lampi a convenienza fuori dai finestrini? Cioè, sul serio? Mettiamola così: Punto di non ritorno è un film particolare e sicuro, almeno una volta andrebbe visto. Perché è un bel film, magari? In realtà no. Semmai, perché è interessante/intrigante/particolare per tutta una serie di motivi sbagliati.

L'inferno come dimensione: un'idea più grande del film

La trasformazione del dottor Weir (Sam Neill) in un demone nel film Punto di non ritorno (Event Horizon)


In sostanza, la grande svolta del film sta nel fatto che il motore crea-buchi neri della Event Horizon apre un passaggio inter-dimensionale fra il nostro piano esistenziale e l'inferno. Sì, proprio l'inferno, ok? Oltretutto, nella sua contorta logica, il film dice che la nave stessa è diventata una specie d'estensione di questa dimensione infernale. Insomma, perché? Perché la Event Horizon è riapparsa proprio dopo sette anni? Perché sette e non dieci, cinque, dodici o magari due anni? Perché, com'è che è diventata un'estensione dell'inferno? 

Ecco, il punto è che l'inferno come dimensione a sé stante, seppur non originalissima - basta vedere Mutant Chronicles o Warhammer 40.000 tanto per dire - come idea è fantastica. Sfortunatamente, Punto di non ritorno abbandona subito questo nucleo centrale per concentrarsi su 'na marea di cazzate. Capiamoci un attimo meglio: l'idea che l'inferno non sia tanto un luogo simbolico o metaforico, quanto un posto vero e proprio raggiungibile attraverso una porta fisica, non è un concetto di ieri o ieri l'altro, eh. Questa è roba che attraversa la narrativa occidentale da prima che esistesse il cinema. 

Dante ce lo racconta come un viaggio geografico, con tanto di cerchi e gironi numerati. In Warhammer 40.000 diventa l'Immaterium, il Warp: una dimensione parallela di puro caos in cui un normale essere umano impazzisce solo a passarci attraverso, teoricamente per spiegare i viaggi più veloci della luce, praticamente per aprire la porta a demoni interstellari. Clive Barker, con Hellraiser, aveva già raccontato la stessa identica idea vent'anni prima: la Configurazione del Lamento al posto di un motore, i Cenobiti al posto dell'equipaggio posseduto, ma la sostanza quella è e quella rimane: un varco fisico verso una dimensione di sofferenza eterna.

Tra l'altro, aperta e chiusa parentesi, lo stesso Paul W. S. Anderson ha sempre ammesso di aver pensato a Punto di non ritorno come alla sua personale, spaziale versione di Hellraiser. Prima ancora che i produttori gli chiedessero di fare Shining nello spazio.

Pure Doom, giusto per dirne un altro al volo, gira tutto attorno alla stessa identica premessa: gli scienziati creano un portale su Marte che invece di aprire un passaggio dimensionale utile, spalanca le porte dell'inferno letteralmente inteso. Alé. Alla fine non è un caso che il genere dell'orrore cosmico/fantascientifico torni sempre lì, su questa idea: la scienza che spingendosi troppo oltre, finisce per bussare alla porta sbagliata.

Le scene tagliate: mezz'ora persa per sempre

Una delle scene riguardanti le torture infernali eliminata dal montaggio finale del film Punto di non ritorno


Al di là della mezza dozzina e più di cose da cui Punto di non ritorno va palesemente a pescare, spesso senza un preciso perché, il riferimento più evidente è Shining. Il problema di questa, diciamo scelta, va, sta nel fatto che negli anni '90 a Hollywood si stava facendo a gara coi film d'alieni, no? Così, nel pieno proprio di 'sta specie di corsa matta e disperatissima allo spazio, a un certo punto lo sceneggiatore Philip Eisner - lo stesso che ha scritto poi Firestarter: Rekindled (il sequel tv de L'incendiaria) e quella fetecchia del film di Mutant Chronicles - si presentò da quelli della Paramount con questo bel compitino. Compitino che, in sintesi, suonava più o meno così:

Futuro. Nave spaziale alla deriva nello spazio. Equipaggio assalito da feroce mostro alieno. Muoiono tutti, tranne il/la protagonista

Cioè, una storia assolutamente sconvolgente che nessuno proprio aveva mai sentito prima.

Scena eliminata di Punto di non ritorno (Event Horizon) film del 1997


Perciò, contattarono Paul W.S. Anderson e gli dissero: "Oh, ciccio, c'abbiamo 'sta sceneggiatura. Vedi d'aggiustarla un po' e facciamo tipo Shining, però nello spazio". D'accordo. Solo che l'idea di Anderson, invece, era tutt'altra. Ci voleva mettere il suo. Voleva portare a schermo la sua personale concezione di orrore cosmico, variante spaziale di Hellraiser. Bravissimo; e come andò a finire? Che la scadenza per la distribuzione era agli sgoccioli e il girato finale si aggirava sui centotrenta minuti.

Punto di non ritorno (Event Horizon) scena eliminata dell'inferno


Sì, oggi fa ridere, però all'epoca centotrenta minuti di film erano assolutamente troppi, rispetto al minutaggio standard di novanta. Così, col pepe al culo e minacciato di essere crocifisso in sala mensa, Anderson dovette montare il film in fretta e furia tagliando circa trentacinque minuti. Una mezz'ora che a quanto pare, non era altro che un'infinita sequela d'immagini grottesche: mutilazioni, violenza, cannibalismo. Tutte cose ritenute addirittura oscene e perciò eccessive; pure per un film R-Rated. Sfortunatamente, di tutto questo, in Punto di non ritorno non restano che sporadiche tracce.

L'inferno, scena eliminata dal film Punto di non ritorno (Event Horizon) del 1997


Lo stesso Anderson, anni dopo, ha raccontato che quella pellicola tagliata conteneva pure scene di orge in un mare di sangue e budella, con paletti e cose varie ficcati a forza ovunque; roba che, a suo dire, si ispirava direttamente a Bosch e Brueghel. Poi c'erano pezzi meno estremi ma più funzionali per la storia: tipo una scena in cui Weir discute con i suoi superiori il motivo per cui vuole imbarcarsi nella missione; infatti di quella scena resta solo una battuta, finita nel trailer originale. Così come un retroscena che avrebbe reso molto più comprensibile la fine di Justin e cose del genere.

Una delle tante scene grottesche eliminate dal montaggio finale del film Punto di non ritorno (Event Horizon) diretto da Paul W.S. Anderson


La parte più assurda però, riguarda cosa n'è stato di quel materiale. Quando Paramount ha provato a recuperarlo per un'eventuale director's cut da vendere in home video, ha scoperto che i negativi o erano stati conservati male - e quindi troppo rovinati e inutilizzabili - oppure buttati via. Semplicemente perché nel 1997 nessuno aveva ancora pensato ai contenuti extra per DVD. Nel 2012, però, la svolta: a quanto pare è spuntata fuori una fantomatica cassetta VHS che secondo il produttore Lloyd Levin, potrebbe contenere l'intero girato integrale. 

Solo che a quanto pare, a quattordici anni di distanza, nessuno l'ha ancora vista, perché... Indovina? Né Anderson né Levin sono mai riusciti a trovarsi nello stesso paese con un videoregistratore funzionante per controllare. Ci vogliamo credere? Beh, sia quel che sia, oggi come oggi quei minuti restano ufficialmente perduti per sempre e mettersi a pontificarci su trent'anni dopo, fondamentalmente è una cosa abbastanza inutile. Del senno di poi son piene le fosse, no? Se Punto di non ritorno all'epoca non fosse stato tagliato alla cazzomannaggia sarebbe stato meglio? Forse peggio? Magari quei minuti in più avrebbero dato un senso a una storia confusa e contraddittoria. Forse. Forse no. Quel che conta è il risultato e il risultato, visibile oggi, non è un granché.

Morale della favola: un potenziale sprecato

Il dottor Weir (Sam Neill) diventato un demone alla fine del film Punto di non ritorno (Event Horizon)


Il problema è che Punto di non ritorno è un film schizofrenico. Cioè, troppe idee, ficcate assieme a forza, su cui passa senza soluzione di continuità. Tipo, viene detto più e più volte che lui l'ha progettata e costruita, ok? Però, il dottor Weir, sempre come detto più volte, sulla stramaledettissima Event Horizon non aveva mai messo piede manco una volta. Quelle visioni o qualunque cosa siano che ha fin dall'inizio, non solo non funzionano come foreshadowing, ma non hanno manco senso. Oltretutto, sono così sbagliate che fanno pure capire in circa 3,2 secondi quello che dovrebbe essere il grande colpone di scena finale. Ridicolizzandolo, per giunta.

Questo perché nella foga di rimanere sulla falsariga di Shining, nessuno s'è preso la briga di considerare se certe soluzioni funzionassero o magari avessero un senso, almeno. Il fatto è che Punto di non ritorno si basa su un soggetto molto attraente, ma sviluppato poi malissimo e realizzato ancora peggio. C'è intrinsecamente un potenziale enorme che ti porta a desiderare di sapere, di vedere cosa si potrebbe ricavare da idee simili; e sono questi accenni a quel che si nasconde dietro, a renderlo tanto intrigante. 

Così com'è invece, Punto di non ritorno è un film piuttosto mediocre. Togli lo spettro di suggestioni che prova a cavalcare e che rimane, poi? Un film per cui vale lo stesso discorso di Alien 3: alla fine della fiera, uno rimane deluso perché ciò che accade nel film è molto meno interessante di come appare mentre sta accadendo.

Detto questo, anche per oggi è tutto.

Stay Tuned, ma soprattutto Stay Retro.

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