Mortal Kombat II - Social Network Wins
Prima una piccola premessa: in un mondo fatto di TikTok, reels e shorts, un mondo fatto di contenuti rapidi, istantanei, scrivere, come forma di comunicazione di massa, un senso ce l'ha ancora? Forse. Forse no. Per estensione, diciamo che un film è già di per sé la "versione veloce" di una storia scritta. Perciò, se in un mondo in cui la soglia d'attenzione è ormai mediamente quella di un pesce rosso e bisogna accelerare ulteriormente perché manco più questa versione veloce basta, alla fine che rimane?
Rimane Mortal Kombat II: un film palesemente fatto di scene costruite per il "momento condivisibile" e non per il ritmo narrativo. Perché l'imperativo unico è diventato catturare l'attenzione. Subito. Continuamente. Senza sosta. In altre parole, Mortal Kombat II è un film costruito a misura di TikTok. Vediamo di capirci meglio, però: esiste una categoria, una categoria ben precisa, di film mai abbastanza brutti da farsi il giro e diventare leggenda, ma, allo stesso tempo, mai abbastanza buoni da giustificarne realmente l'esistenza. Prendiamo Robin Hood, per esempio.
Ovviamente non il classico degli anni '30 con Errol Flynn. Non quello con Kevin Costner e manco quello con Russell Crowe, no. Quello del 2018 con Taron Egerton. Qualcuno se lo ricorda? No. Perché? Perché quel film è talmente dimenticabile da sembrare studiato apposta in un laboratorio per essere così: dall'estetica pseudo-moderna ultra-generica alla regia super-anonima, non è abbastanza ridicolo per diventare un meme, non è abbastanza brutto da farsi il giro è diventare un trash-cult e non è manco abbastanza buono da essere rivalutato. Esiste e basta. Letteralmente l'emblema della mediocrità.
Ora, questa particolare tipologia di film occupa lo schermo con la stessa presenza delle auto nel parcheggio di un centro commerciale: cioè, cose che fondamentalmente guardi perché stanno là, ce le hai davanti, ma che non vedi mai veramente. Un fondale anonimo che dimentichi all'istante; ma che succede se sposto l'attenzione solo su un pezzettino di quel fondale? Ecco, Mortal Kombat II abita 'sta specie di "zona fantasma" con una comodità quasi sconcertante.
A cinque anni di distanza dal reboot del 2021 - che aveva il merito di ricalcare Scorpion's Revenge e il difetto di tutto il resto appresso - Simon McQuoid torna alla regia e lì, uno pensa, adesso questo sta imparato, no? Mortal Kombat non è stato il massimo, però, adesso vai: mettici il cuore negli Occhi del Cuore, Simo'. Invece torna con una sceneggiatura scritta da Jeremy Slater. Sì, proprio il tipo responsabile di Moon Knight; e apriti cielo, questo già la dice non lunga, lunghissima. Comunque.
Il risultato è un film che sa esattamente cosa vuole essere - un blockbuster pieno di fanservice - ma ci riesce allo stesso modo con cui un frullatore ti fa un frullato. Nel senso, funziona, sì, ma non è che gli fai l'applauso perché ha fatto il suo, insomma. Parliamoci chiaro, qui, la grande novità è Johnny Cage interpretato da Karl Urban. Pompatissimo dai trailer, l'impressione che ti viene venduta è proprio che Urban sia il fulcro del film, no? Appunto, il suo personaggio un paio di volte s'avvicina pure pericolosamente a sembrare un protagonista e addirittura un protagonista interessante. Sul serio.
Nel film Cage è un ex star dei film d'azione anni '90 ridotto a elemosinare un po' d'attenzione in convention di second'ordine sperando, nel frattempo, di vendere qualche DVD dei suoi vecchi film che nessuno vuole. L'idea non solo è buona, ma c'ha una sua malinconia intrinseca incredibilmente affascinante: una specie di meta-commento sulla natura stessa dei grandi film d'azione del passato e dei loro protagonisti in declino, se vogliamo. Sfortunatamente l'intero concetto viene messo da parte in circa tre minuti e mai più ripreso, in quanto semplice sovrapposizione di Kitana.
Kitana è la figlia adottiva/ostaggio di Shao Kahn e Adeline Rudolph, proprio come Karl Urban, si sforza disperatamente di darle uno spessore; o quantomeno qualcosa che plausibilmente gli si avvicini. Sì, assolutamente sì. Peccato che il problema qui sta proprio a monte. Cioè, Mortal Kombat II gira esclusivamente sul torneo per la sopravvivenza della Terra. Esclusivamente. Sul torneo. Basta. Punto. Shao Kahn vuole dominare tutti i regni e invece di fare la guerra usa il Mortal Kombat: se i suoi combattenti battono i tuoi dieci volte di fila, allora il tuo regno è suo.
Facile, semplice e veloce. Un concetto perfetto per un videogioco di mazzate del 1992. Sfortunatamente, però, c'è giusto questo piccolissimo dettaglio che Mortal Kombat II è un film del 2026 e non un videogame di trent'anni fa; e un film, almeno su carta, dovrebbe reggersi sui famosi dove, come, quando e perché.
Aperta e chiusa parentesi: storia e trama non sono sinonimi che indicano la stessa cosa, ma due cose diverse. Per farla quanto più breve possibile, la storia è il quadro completo della situazione: cioè tutto ciò che accade nell’universo narrativo, in ordine logico. La trama invece è come scegli di raccontare quella storia al pubblico. Cosa mostri, quando, in che ordine e con quale ritmo. In altre parole ancora, la storia è ciò che ti viene raccontato e la trama è il modo in cui quella cosa ti viene raccontata, ok?
Eventualmente, poi, storia e trama possono pure essere discordanti e l'esempio più semplice che si può fare per capirci è Memento di Nolan. In Memento la storia, cioè gli eventi, si svolgono in maniera lineare, mentre la trama invece è costruita in modo tale da procedere al contrario così che tu, spettatore, possa vivere la stessa confusione del protagonista. Ci siamo? Bene. Ora, il problema di Mortal Kombat II sta nel fatto è che su questa storia scritta col pennarellone, Shao Khan-Conquista-Torneo, McQuoid e Slater sono riusciti nella straordinaria impresa di non farci niente.
Torniamo al punto di prima: dove? Boh. Come? Non lo so. Quando? Non importa. Perché? Chi se ne frega. In sostanza, Mortal Kombat II è una sfilata di cosplayer vestiti e truccati alla perfezione che si muovono su sfondi in cgi uguali alle arene del gioco. Nient'altro. Raiden, Sonya, Liu Kang, lo stesso Johnny Cage, non sono personaggi veri e propri, non hanno uno scopo. Stanno lì e basta, proprio come le auto nel parcheggio del centro commerciale. Perché la somiglianza superficiale è stata prioritaria rispetto al fatto che il pubblico si preoccupi in qualche modo di loro e/o di tutto il resto.
In questo senso, l'esempio, lampante e forse più allucinante che si può fare, riguarda Scorpion e Sub-Zero. Perché, effettivamente, Scorpion e Sub-Zero sono il "volto commerciale" di Mortal Kombat, i due personaggi più riconoscibili in assoluto dell'intero franchise. Quindi, sì: possono diventare "presenze obbligate" anche quando la storia non li richiede davvero; ma qui, però, siamo agli estremi. Sfortunatamente, nel cinema franchise moderno esiste questa dinamica dei "Legacy characters obbligatori". Cioè, personaggio immediatamente riconoscibile = asset del brand.
Quindi anche se la trama, idealmente, dovrebbe andare in una direzione diversa, lo studio pensa: "Il pubblico si aspetta Scorpion. Il pubblico si aspetta Sub-Zero. Allora ci serve la scena iconica con tutt'e due". Ecco, quando succede 'sta cosa, quello è il punto esatto dove i personaggi smettono di avere una funzione narrativa e diventano un marchio, un checkbox identitario. Però il cameo, la callback, magari una guest appearance, sono un conto. Tirare in mezzo personaggi letteralmente dal niente, in un modo che neanche il Maestro Ferretti sarebbe riuscito a fare, ne è proprio un altro.
Adesso, in virtù di quanto detto finora, capiamoci bene: se vado a vedere Mortal Kombat, chiaro che non mi aspetto di trovarmi davanti il fottutissimo Tolstoj, eh. Ripeto: è Mortal Kombat, non Anna Karenina, ok? Perciò, volendo metterla in un certo modo, ma proprio egoisticamente parlando, se Mortal Kombat II avesse almeno il coraggio di andare dritto per dritto riguardo la sua natura di prodotto fanservice, sarebbe pure apprezzabile come cosa. Se non altro perché sarebbe onesto.
Invece non è mai abbastanza camp da crogiolarsi nel cattivo gusto, né abbastanza serio per affrontare un qualsiasi tema o idea che vada poco più in là di adesso ti picchio. Poi, sì, c'è il sangue, c'è la violenza - tecnicamente fedele a quella dei videogames - d'accordo; ma sono proprio come Scorpion e Sub-Zero: dei token. Ci sono perché devono esserci per forza. Però, in sostanza, hanno lo stesso peso emotivo di un cartone animato di Tom & Jerry. Anzi, neanche, perché Tom ne ha prese di peggiori e si riprende comunque con più dignità.
Ma quando esci dal cinema con la sensazione di aver fatto un'ora e mezza/due di doomscrolling anziché aver visto un film, sai com'è, la cosa comincia a diventare un attimino preoccupante. Appunto, il grande difetto di Mortal Kombat II è la sua anima drammaticamente social: niente trama. Niente dialoghi. Niente worldbuilding. Niente di niente.
Solo una lunga serie di MacGuffin e di plot bloat, di sequenze che scorrono velocissime una dopo l'altra senza soluzione di continuità. Proprio perché il film è costruito in modo non da raccontarti una storia, ma per agganciarti immediatamente. Proprio perché ormai siamo abituati a questo: essere continuamente "riattivati" da stimoli brevi.

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