Vogliamo ripeterlo ancora una volta, sì? Alien, cos'è? Un franchise. Bene. Un franchise vecchio di quasi cinquant'anni, però. Una carcassa, essenzialmente, spolpata oltre il midollo nel corso dei decenni. Perciò, se i presupposti sono questi, come si può ancora sperare di sorprendere il pubblico? Cioè, cerchiamo di capirci un attimo: Alien Covenant è un film magnifico, perfetto, strabiliante, in grado di risollevare da solo un soggetto sfruttato allo stremo? No. Intanto ci prova, almeno.
Soprattutto, tutto è tranne che un brutto film; a parte per una cosa.
Il difetto principale: aver giocato sul sicuro
In sostanza, uno difficilmente può apprezzare chi fa dietrofront: cambiare idea è lecito. Farlo per accontentare gli altri, no. Appunto, dopo le critiche ricevute con Prometheus, Ridley Scott ha scelto di continuare sulla stessa rotta, sì, ma cambiando sensibilmente il tiro così da rendere Covenant un film, diciamo più "tradizionale", ecco. In altre parole, ha tirato fuori il brodo dal frigo e l'ha scaldato un po'.
Nel senso, Covenant riprende a grandi linee la mitologia iniziata con Prometheus ma non è che faccia chissà quali grandissimi sforzi per espanderla. Anzi. Al contrario, sposta il focus su traiettorie decisamente più lineari, dirette e soprattutto sicure verso il primo Alien. Cosa del resto comprensibilissima, visto che Covenant avrebbe dovuto essere, sulla carta, il secondo capitolo di una trilogia prequel del primo Alien. Infatti, questo rende Covenant, nel complesso, un film più "robusto" di Prometheus; ma pure molto, molto meno ambizioso. Sì, per molti 'sta cosa potrebbe essere un pregio.
Però, sinceramente? Questo è proprio il difetto più grave del film. Perché, qui, la sensazione di essere sceso a patti, di aver preferito giocarsela sicura è fortissima.
La trama
Covenant si apre con un flashback: Peter Weyland si crogiola nell'autocompiacimento davanti alla sua creazione, un androide che si autodefinisce "David" — sì, proprio quello di Prometheus. Peccato che l'euforia di Weyland si sgonfi rapidamente quando David gli rivolge una domanda. Una sola, singola domanda: "Se tu hai creato me, chi ha creato te?"
Stacco. Anno 2104, dieci anni dopo Prometheus. La nave Covenant, in missione di colonizzazione verso un pianeta remoto, trasporta migliaia di futuri coloni in ibernazione, oltre a migliaia di embrioni. L'unico sveglio a bordo è Walter — un androide dello stesso tipo e perciò uguale e identico a David — incaricato di sorvegliare tutto. La situazione si fa brutta quando la Covenant viene colpita da una violenta eruzione solare: danni relativamente contenuti alla nave, ma perdite tra equipaggio e coloni. Ovviamente la missione prosegue comunque, tra riparazioni e gestione del lutto.
Nel mentre, a un certo punto l'equipaggio capta per caso un segnale proveniente da un pianeta molto vicino alla loro attuale posizione. La cosa, anzi, LE cose strane sono, innanzitutto che il segnale che hanno intercettato è un segnale umano. In secondo luogo, il pianeta vicino a loro, una volta scansionato, si rivela sorprendentemente simile, per non dire uguale, alla Terra. Decisamente molto più adatto alla vita umana rispetto a quello della destinazione originale.
La domanda, dunque, sorge spontanea: tornare in ibernazione e farsi altri sette anni di viaggio verso un pianeta sconosciuto e forse, plausibilmente abitabile, oppure dare un attimo un'occhiata a 'sto pianeta, praticamente una Terra 2, giusto a un tiro di sputo? La risposta è scontata, ovviamente.
"Solo una casa stregata intergalattica": la lezione di Ebert (e Siskel)
Correva l'anno 1980 o giù di lì. Nello storico programma Sneak Previews, Siskel & Ebert non si sbilanciarono più di tanto sul primo Alien — la battuta più cinica, "solo un thriller da casa stregata intergalattica ambientato dentro un'astronave", restò per anni la sintesi (ingiusta) con cui buona parte della critica liquidò il film. Un giudizio forse un tantinello riduttivo, certo; ma se in effetti prendiamo Alien e lo spogliamo fino all'essenziale, non resta molto altro, insomma. Un semplice beast-movie nella sostanza, distinto dalla massa solo nella forma.
Vale la pena notare, tra l'altro e per onestà, che lo stesso Ebert tornò sui suoi passi anni dopo: nel 2003 assegnò ad Alien quattro stelle piene, il massimo del punteggio, inserendolo nella sua raccolta dei Grandi Film — una revisione di giudizio che la dice lunga sia sul film sia sulla capacità dei grandi critici di rimettersi in discussione.
Comunque.
Ora, consideriamo un attimo una cosa: gli Stati Uniti arrivano agli anni ’70 non proprio nel migliorissimo dei modi, diciamo. La guerra di Corea, Vietnam, il Watergate, l'assassinio di Kennedy e Martin Luther King, una devastante crisi economica, tensioni razziali a vario titolo. Insomma, di cose brutte ne sono successe in quegli anni. Per estensione, pure il cinema americano degli anni ’70 cambia radicalmente, diventando molto più "sporco". Grezzo. Fisico.
La cosa buffa è che proprio il cinema dell'orrore è il genere in cui questa gigantesca fase di transizione si nota di più. Per capirci, se fino a venti o solo dieci anni prima, i mostri del cinema erano figure fantastiche o soprannaturali tipo Dracula, Frankenstein, la Mummia o l'Uomo Lupo, per dire, a quel punto non più. Il mostro poteva essere un animale. Un uomo. Una società malata e/o distopica. In altre parole, l'orrore adesso si basava su fatti e situazioni plausibili, di tanto così molto più vicine a noi.
Non aprite quella porta, Lo Squalo, Venerdì 13, no? Ecco. Naturalmente, pure Alien fa parte della grande rivoluzione del cinema americano degli anni ’70, quella della New Hollywood. Tuttavia, per quanto avveniristici e capaci di segnare il passo per tutto ciò che sarebbe venuto dopo, ciò che maggiormente accomuna questi film è il fatto che tutti sono stati sommersi da una valanga di seguiti via via sempre più acetosi e privi di qualunque valore aggiunto.
Il vero problema della saga: mancanza di struttura orizzontale
Il grosso problema di Alien, inteso come saga cinematografica, appunto sta in una drammatica mancanza di una struttura orizzontale che leghi insieme i film. Cioè, un conto sono i canovacci che giustificano fatti e personaggi. Altro paio di maniche è una vera struttura portante. Se ti fermi un attimo a pensarci, nell'arco dei trenta e passa anni che separano Alien da Prometheus, gli unici sforzi concreti sono stati quelli di migliorare il design degli xenomorfi. Nella sostanza, però, rimangono solo personaggi che vanno dal punto A al punto B giocando ad acchiapparella col mostro.
Questo è uno schema riproponibile una, due, magari tre volte. Al massimo. Ecco perché dopo Alien - La clonazione la saga è andata in fermo per quindici anni. Prometheus, invece, potrà anche essere il film peggiore del mondo o qualsiasi altra cosa uno voglia pensare, ok? Ciò non toglie che almeno quel miserabile, schifoso, micragnoso sforzo di provare ad andare poco più in là del film di mostrilli è stato fatto. Il film può piacere, può non piacere. Ovvio. Intanto ci si è almeno provati. Questo è il grande valore aggiunto di Prometheus.
Covenant, invece, delude tantissimo da questo punto di vista, appunto perché Scott ha preferito scendere a patti con chi voleva solo l'ennesimo pappone riscaldato. Nel senso, il film nell'ottica di sci-fi horror-thriller dai toni drammatici nel primo atto, funziona. Funziona nei toni gotici che si ricollegano a Prometheus nel secondo atto, ponendo l'accento sulle implicazioni filosofiche della creazione. Funziona pure nella miscellanea di questi approcci nel terzo.
David, Walter e l'eugenetica: i temi lasciati a metà
Il problema, semmai, sta nel fatto che Covenant va troppo, troppo sul sicuro: cercando di aderire ai vecchi film della saga, lascia in sospeso quasi per intero le tematiche introdotte in Prometheus, solo per svilupparne altre — come l'eugenetica — in modo abbastanza superficiale e senza una vera soluzione di continuità nel quadro generale.
Per esempio, un elemento che merita una certa attenzione è il rapporto tra David e Walter, due modelli della stessa linea separati da una manciata d'anni di sviluppo tecnologico e da una scelta ingegneristica molto precisa. Dopo gli eventi di Prometheus, la Weyland Corporation ha limitato le capacità creative dei modelli successivi: Walter non può comporre musica, non può "disegnare"; non può "creare" nulla. Proprio per evitare che sviluppi l'autonomia intellettuale e morale che ha reso David tanto brillante quanto pericoloso.
Ecco, lì per lì potrebbe sembrare un dettaglio, una piccola nota di colore nell'economia generale della trama, diciamo; ma in realtà, questo dice molto sul tema di fondo di questi prequel: cioè, quanto una creazione debba somigliare al proprio creatore e quanto libero arbitrio sia sicuro concedergli. David, infatti, prova un certo disprezzo per Walter e il suo piano, nel corso del film, altro non è che il tentativo di completare un progetto di "perfezionamento" della vita che ha le movenze inequivocabili di un programma eugenetico: eliminare metodicamente ciò che considera imperfetto — l'intera specie degli Ingegneri, per cominciare — per sostituirlo con qualcosa che risponda solo alla propria idea di perfezione.
Il punto alla fine è questo: pur continuando a sviluppare trame e temi introdotti con Prometheus, Covenant rimane un film chiaramente costruito per rispondere alle critiche ricevute. Il risultato è un film godibile preso a sé. Anzi. Sul piano visivo, Scott s'è affidato al direttore della fotografia Dariusz Wolski, mentre Jed Kurzel ha curato le musiche: lato estetico, il risultato è assolutamente impressionante, per dire; e lo stesso vale pure per la colonna sonora. Di nuovo: ci sono molte idee interessanti, costruite attorno a concetti anche piuttosto profondi.
Da un lato, Covenant è un'aggiunta significativa al franchise? Sì, nell'ottica di Ridley Scott. Per il resto, anche se adesso i concetti più interessanti di Prometheus – in estrema sintesi, cosa accadrebbe se coloro che ci hanno creato volessero distruggerci? – sono complementari attraverso i due film, alla fine tutto è stato ridotto agli estremi, in cambio dell'ennesima riproposizione del "canovaccio Alien".
Cosa è successo dopo: la trilogia che non si è mai chiusa
Peggio ancora se consideriamo cos'è successo poi. Ormai Alien Covenant è un film vecchio quasi dieci anni. Alien: Awakening - il film pianificato per concludere la trilogia iniziata con Prometheus - che avrebbe visto David arrivare infine su LV-426, il pianeta del primo Alien, purtroppo è finito miseramente al cesso. Il flop di Alien Covenant al botteghino, unita all'acquisizione di 20th Century Fox da parte di Disney nel 2019, ha di fatto congelato ogni piano concreto di vedere la fine di questa storia.
Disney, dal canto suo, ha scelto una strada diversa per rilanciare il franchise: invece di proseguire il filone filosofico degli Ingegneri e di David, ha puntato su un ritorno alle radici horror della saga. Nel 2024 arriva Alien: Romulus, un requel, diretto da Fede Álvarez, ambientato tra Alien (1979) e Aliens (1986) che scavalca deliberatamente la mitologia costruita da Prometheus e Covenant, tornando alla formula del mostro nel corridoio stretto.
Bello? Mah, insomma. Intanto, la scommessa ha pagato: oltre 350 milioni di dollari incassati nel mondo a fronte di un budget di circa 80 milioni, accoglienza positiva sia di critica (80% su Rotten Tomatoes) che di pubblico. Il successo di Romulus, quindi, aveva riacceso, almeno per un momento, la speranza di vedere Ridley Scott tornare a dirigere e magari chiudere finalmente 'sta cazzo di trilogia e mettere un punto a Prometheus e Covenant. Sai ch'è successo, invece? Il sequel diretto di Romulus era effettivamente in lavorazione, scritto dallo stesso Álvarez insieme a Rodo Sayagues.
Peccato che a settembre 2025 Álvarez è uscito a sorpresa dal progetto. Secondo più fonti, Álvarez avrebbe voluto riportare in scena David/Michael Fassbender, con l'attore praticamente pronto a firmare e una sceneggiatura già completa. Tuttavia, Scott, produttore e supervisore creativo dell'intero franchise, a quanto pare si sarebbe opposto a vedere un personaggio "suo" gestito da un altro regista. Sono volati fischi, qualche pernacchie e i tentativi successivi di trovare un sostituto alla regia (prima Michael Sarnoski, poi Sebastien Vanicek) sono a loro volta finiti al cesso.
A fine luglio 2026 un report ha sostenuto che il progetto fosse ormai "bloccato a tempo indeterminato, forse per sempre" — salvo essere smentito pochi giorni dopo dal presidente di 20th Century Studios Steve Asbell in persona, con un secco "Nope" pubblico. Quindi, a oggi, la situazione resta esattamente questo: non chiusa, non confermata, appesa a un limbo che è quasi più adatto alla saga di quanto lo sia mai stato un finale vero.
Nel frattempo, il franchise s'è comunque allargato ulteriormente: Alien: Earth, serie televisiva prodotta per FX/Hulu, esplora un futuro ambientato pochi anni prima degli eventi del primo film, in una Terra dominata dalle corporazioni. Morale della favola, il risultato è paradossale quasi quanto la trama di Alien 3: la saga adesso segue tre filoni narrativi distinti e paralleli.
Quello fanta-psico-pippo-filosofico di Prometheus e Covenant, con David ancora appeso a un cliffhanger irrisolto. Quello pseudo-cyberpunk/corporativo di Alien: Earth e l'action-horror riavviato da Romulus, il cui seguito resta in un limbo non ufficialmente chiuso ma nemmeno davvero in moto. Interpellato di recente sulla possibilità di tornare a dirigere un terzo capitolo della sua trilogia, Scott ha risposto con la consueta laconicità: "Se mi viene un'idea, di sicuro." Traduzione: speraci e credici, ma non trattenete il fiato.
Detto questo, anche per oggi è tutto.
Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.










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