H. P. Lovecraft, al netto di varie considerazioni, può tranquillamente essere considerato lo scrittore più influente del XX° secolo. Nel panorama dell’orrore, quantomeno. Certo, da Algernon Blackwood a Stephen King, passando da Richard Matheson e Philip K. Dick fino a William Gibson, ovvio che di nomi importanti, più che importanti, il panorama della letteratura mondiale sia pieno, eh.
Semmai, il punto sta nell’impatto che l'orrore cosmico di Lovecraft - sviluppatosi poi nel cosmicismo, una filosofia letteraria vera e propria analoga al nichilismo - la paura dell'ignoto e i temi Lovecraftiani in genere, hanno avuto non solo nella letteratura, influenzando tantissimi scrittori; ma anche sul cinema e di contraltare sulla cultura pop da almeno sessant’anni a questa parte. In altre parole, chiunque abbia letto, anche solo mezza miserabile cosa scritta da Lovecraft, dovrebbe avere perfettamente chiaro in cosa consisteva il genio di quell’uomo.
Lovecraft dalla carta allo schermo
Allora, la pappardella già è lunga, perciò, per farla breve il segno distintivo della produzione di Lovecraft è “l’alienazione”, ok? Cioè, la disturbante sensazione che la vita, cosi come ordinariamente la definiamo, non sia altro che una sottile membrana. Diciamo un guscio d’uovo che ci separa da una realtà talmente aliena che il solo tentativo di contemplarla porterebbe alla pazzia chiunque.
L'essere umano non è il centro del creato. Anzi. Cthulhu, Dagon, Shub-Niggurath e compagnia cantante, non sono figure indigetes. Bensì, novensides: esseri incomprensibili, filtrati da spazi attigui a quelli che noi concepiamo come realtà e totalmente estranei al nostro intero piano esistenziale. Non semplici “marziani” o “venusiani”, ma divinità adorate da marziani e venusiani, insomma.
I Grandi Antichi, in altre parole, non sono entità malvagie nel senso umano del termine; semplicemente l'uomo è una figura totalmente irrilevante ai loro occhi. In pratica, questo è il fulcro dell’orrore cosmico: qualcosa di più alieno di ciò che riusciamo a concepire come alieno. Ora capiamoci un attimo meglio.
Fondamentalmente, il seguente listone di film si basa proprio su questa definizione di orrore cosmico concettualizzato da Lovecraft. Perché il punto è che saranno, sì e no, sessant’anni ormai che ci provano; e di film basati sulle opere di H.P. Lovecraft, seriamente, ce n’è a morire. Il problema è che grandissima parte di queste produzioni, non è che facciano schifo ma quasi.
Il motivo sta nel fatto che le storie originali di Lovecraft favoriscono toni e atmosfere, chiaramente non impossibili da replicare a schermo in senso assoluto. Semmai, il punto è che vengono fatti passare in secondo piano rispetto a intrecci e twist presi con l'offerta del 3 x 2 al discount delle sceneggiature. Quello di Lovecraft è un orrore quasi suggerito; che striscia e t’afferra lentamente. Un approccio che fa generalmente a cazzotti con un media visivo come quello cinematografico che di solito punta tutto sui soldi quando si tratta di horror.
Se non fosse sufficientemente chiaro, non bastano quattro tentacoli e un paio di cazzatelle per fare un film Lovecraftiano. Quindi che siano adattamenti diretti, oppure titoli la cui forma mentis, in un modo o nell'altro, paga pegno a Lovecraft conta poco. Il fil rouge che li accomuna è quanto detto più su. Ok? Bene.
Top 24 film tratti dalle storie H. P. Lovecraft
La città dei mostri (The Haunted Palace – 1963)
La città dei mostri (The Haunted Palace) di Roger Corman dovrebbe essere in assoluto il primo film tratto da una storia di Lovecraft. Nello specifico, si tratta di un adattamento de Il caso di Charles Dexter Ward. Solo che il titolo originale, Il palazzo stregato, è quello di una poesia di Edgar Allan Poe e come tale pubblicizzato. Capiamoci: all’epoca il, come dire… Poe Cinematic Universe di Corman, un ciclo di film ispirati alla letteratura gotica tratti dalle opere di Edgar Allan Poe, andava parecchio forte.
Poi, metti che forse dopo cinque film s’era stancato o magari, l’intenzione era quella di lanciare una nuova serie, chi lo sa. Fatto sta che per questo film del ’63, Corman aveva intenzione di ispirarsi ai lavori di Howard Phillips Lovecraft; e così fece, del resto.
Gli elementi Lovecraftiani, tipo villici deformi, riferimenti a oscure divinità ancestrali e via dicendo, ci sono tutti. L’unico, diciamo problema, sono quei riferimenti a Poe attaccati con lo sputo. Messi lì, giusto ché la produzione voleva mantenere a tutti i costi una connessione coi film precedenti, nella paranoia di perdere il pubblico appassionato della serie. A parte questo comunque, un film che funziona ancora pure dopo sessant’anni.
La musica di Erich Zann (The Music of Erich Zann – 1980)
La musica di Erich Zann è un racconto incredibilmente compatto e teso, nonché una delle storie preferite dallo stesso Lovecraft che addirittura la considerava come uno dei suoi lavori migliori. Tuttavia, una storia bizzarra sul potere dell’arte di aprire, letteralmente, le porte verso altri mondi è qualcosa di difficilmente traducibile in termini cinematografici.
Invece, nel 1980 il regista John Strysik riuscì nella non facile impresa di portare La musica di Erich Zann dalla carta allo schermo. Realizzando un poema lunatico le cui atmosfere sontuose, per quanto minimaliste, culminano in un crescendo di stravaganza per concludersi poi in un “viaggio cosmico”, simile a quello di David Bowman alla fine di 2001: Odissea nello spazio.
Tra l'altro, la musica di Erich Zann di John Strysik è stato uno dei film inaugurali che hanno dato vita al H. P. Lovecraft Film Festival; oltre al fatto che ‘sto film ha ricevuto pure il plauso sia di Fritz Leiber, padre dello sword and sorcery nonché amico e confidente di Lovecraft che di S. T. Joshi. Critico e studioso letterario fra i più importanti esperti di Lovecraft al mondo. Mica fischi, insomma.
Possession (Possession – 1981)
Ostile. Ecco cos’è Possession di Andrzej Zulawski. Un film fottutamente ostile, come dicevano i Pantera. Un angosciante gioco metafisico senza fine, disturbante “riflettore” puntato su Dio che mostra quanto siano lunghe le ombre del disagio umano.
Possession non è un film facile: né da comprendere né tanto meno da sintetizzare in due righe; è un viaggio angosciante nei nostri piccoli meccanismi sociali. Fatto di allegorie e simbolismi che portano alla sistematica distruzione delle nostre certezze. In una parola: disturbante. Forse un tantino lento, ma comunque disturbante.
La Cosa (The Thing – 1982)
Ora, tecnicamente La Cosa di John Carpenter non è un adattamento di Lovecraft. Il romanzo da cui è tratto, Who Goes There? di John W. Campbell Jr., non ha niente a che vedere con lui. Se non per quel piccolo dettaglio riguardo l’ambientazione antartica, presa pari pari da Le montagne della follia. Infatti è difficile non andare subito all’orrore cosmico concettualizzato da Lovecraft.
Il motivo è semplice, se ci pensi: un gruppo di scienziati isolati in Antartide, una minaccia aliena incomprensibile capace di replicare qualsiasi forma di vita e la lenta, inesorabile dissoluzione della fiducia reciproca fino alla paranoia totale. Cioè, mo non è che ci dev'essere scritto “Cthulhu” da qualche parte per capire quanto i temi lovecraftiani, qua, arrivano fino al midollo, insomma.
Aggiungici pure gli effetti pratici di Rob Bottin - ancora oggi fra i più incredibili e disturbanti mai realizzati - e capisci perché La Cosa resta il punto di riferimento assoluto quando si parla di orrore cosmico al cinema. Altro che tentacoli col fiocco.
Re-Animator (H. P. Lovecraft’s Re-Animator – 1985)
Dunque, in estrema sintesi, Herbert West, rianimatore è l'unico racconto di H.P. Lovecraft scritto su commissione per una rivista e pubblicato a puntate nel luglio del 1922. Al di là di tutto, una delle grandi peculiarità di questo racconto è il modo in cui Lovecraft affronta il tema degli zombie: considerando il periodo in cui è stato concepito, può tranquillamente essere considerato il precursore del filone moderno di questo genere.
Re-Animator di Stuart Gordon, invece, seppur direttamente basato sul racconto omonimo, s'allontana forse poco-poco troppo dal lavoro originale di Lovecraft. La storia, per esempio, viene spostata in epoca contemporanea. Così come viene aggiunta una pesante dose di umorismo nero e tette al vento, tipica dell’orrore anni ’80.
Eppure, fra risultati alquanto controversi ma innegabilmente divertenti, Re-Animator riesce a catturare perfettamente le atmosfere della sua controparte cartacea. Mentre Herbert West – Jeffrey Combs, come Bruce Campbell, uno degli attori più clamorosamente sottovalutati della sua generazione – tenta di resuscitare i morti con risultati sempre più caotici, è facile perdere il punto della situazione.
From Beyond – Terrore dall’ignoto (From Beyond – 1986)
Tuttavia, guardando attentamente, si può notare perfettamente tutto l’amore che Stuart Gordon nutriva per il grottesco in generale e per Lovecraft nello specifico. Infatti, l’anno dopo Gordon e il suo team si riuniscono di nuovo, stavolta portando a schermo From Beyond.
Pure stavolta, film e racconto s’allontanano non di poco. Ma, a differenza di Re-Animator, c’è meno umorismo in From Beyond; le cui atmosfere sono molto più lovecraftiane. Vero che il film, a volte arranca nel tentativo di portare contenuti per giustificare il tempo d’esecuzione.
Però, ciò non toglie che con questo Gordon dimostra di essere uno dei rari esempi di artista che pur traendo ispirazione da altri, usa quell’ispirazione per creare opere, sì, totalmente soggettive e personali. Le quali restano, comunque, fedeli al materiale d’origine nell’essenza. Cosa più importante di tutte.
Il nido del ragno (The Spider Labyrinth – 1988)
Conosciuto all’estero come The Spider Labyrinth, in realtà Il nido del ragno è un film italiano, diretto da Gianfranco Giagni su soggetto di Tonino Cervi. La storia - scritta dagli stessi Giagni e Cervi insieme a Riccardo Aragno e Cesare Frugoni - segue un professore di lingue che sta lavorando alla traduzione di alcune tavolette che rimandano a un antico culto precristiano.
Arrivato a Budapest per incontrare un suo collega di cui non aveva più notizie, come lui al lavoro sulle stesse tavolette, tra l'altro, scopre che il collega è morto in circostanze molto misteriose. Troppo. Così, nel mentre il professore continua la sua ricerca, si ritrova in una rete sempre più fitta di paranoia, omicidi grotteschi e un culto bizzarro determinato a mantenere segreta la sua esistenza.
Il nido del ragno è film interessante, unico e pure piuttosto strano; anche per i nostri standard dell’epoca. In effetti è uno di quei film che non t’aspetti, sorprendentemente avvincente e curioso intreccio di miti ispirati a Lovecraft, giallo all’italiana e atmosfere gotiche.
The Resurrected (The Resurrected – 1991)
Dan O’Bannon è l’uomo che ha scritto Alien. Dopodiché, “tornato sulla Terra”, s’è messo e ha scritto e diretto uno dei migliori film sugli zombie di tutti i tempi: Return of the Living Dead. A ‘sto punto, si sarà detto, perché non esplorare pure l’aldilà già che ci troviamo, no?
Ecco, trent’anni dopo La città dei mostri, The Resurrected è l’adattamento di O’Bannon de Il caso di Charles Dexter Ward. Sfortunatamente, il budget è ridicolmente basso e per questo, in molti punti durante il film è difficile non rendersi conto che il passo è stato fatto più lungo della gamba.
Tolto questo però, The Resurrected è comunque un film sorprendentemente dignitoso: si sviluppa bene, c'ha un buon ritmo, molta atmosfera e rimane uno degli adattamenti di Lovecraft più fedeli.
Omicidi e incantesimi (Cast a Deadly Spell – 1991)
Ci sono film, tipo Grosso guaio a Chinatown per dire, in grado di andare oltre ogni schema. Nel senso, capaci di superare la semplice etichetta del genere, così da creare qualcosa di diverso ma, allo stesso tempo, familiare. Se fatta bene, questa è una cosa fantastica. Omicidi e incantesimi (Cast a Deadly Spell) è praticamente la stessa cosa.
Negli anni ’40 di una realtà alternativa, la società ha sviluppato la magia anziché la tecnologia. Al posto di elettronica e transistor, il “futuro” è rappresentato da incantesimi e anatemi. Philip Lovecraft è un ex poliziotto diventato investigatore privato, assunto per trovare un misterioso grimorio chiamato Necronomicon, entro quarantotto ore.
Da noi, Omicidi e incantesimi arrivò direttamente in vhs, siccome è un film per la televisione. Tuttavia, la cosa interessante sono i nomi che ci sono dietro: prodotto dalla storica Gale Anne Hurd per HBO, fu scritto da Joseph Dougherty e la regia affidata a Martin Campbell. Con Fred Ward, Julianne Moore, David Warner e Clancy Brown come protagonisti. Un gumshoe hard boiled, noir, fantasy, horror che vale assolutamente la pena di recuperare.
Dark Waters (Dark Waters – 1993)
Unico lungometraggio di Mariano Baino, Dark Waters è stato il primo film occidentale girato in Ucraina dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Insomma, diciamo non il massimo per quel che concerne sicurezza e tranquillità.
Considerando pure un budget che non arrivi manco a prendere cornetto e cappuccino al bar, diventa chiaro il perché sia un film piuttosto sorprendente. Certo, difficile da seguire e in alcuni punti pare perdere il senso generale della situazione. Cosa che effettivamente non aiuta la scorrevolezza del film.
Pure perché Dark Waters spende gran parte del tempo d’esecuzione per mostrare sequenze oniriche e visioni da incubo senza avanzare di molto nella trama. Eppure, nonostante tutto, questo è un film che trasuda atmosfera da tutti i pori. Probabilmente, al netto dei quattro spicci con cui l'hanno tirato su, rimane una delle migliori rappresentazioni di Lovecraft di sempre.
Il seme della follia (In the Mouth of Madness – 1994)
Allora, qui, essenzialmente vale lo stesso discorso fatto più su per La Cosa; ma con un preciso distinguo: il seme della follia, sempre di John Carpenter, non si basa in modo diretto su niente di specifico, no. Tuttavia, trae la sua ispirazione dalla mitologia di Lovecraft direttamente in generale.
A cui aggiunge abbastanza sostanza da elevarlo al di sopra del semplice pastiche, del resto. Appunto, Il seme della follia non approfondisce mai del tutto il rapporto, sfocato, tra realtà e finzione. Che però rimangono lì, dettagli sullo sfondo dell’incubo di un modo impazzito. Un gioco mentale più inquietante dell’orrore diretto, di cui Carpenter sembra assai felice di sbatterlo in faccia agli spettatori.
Castle Freak (Castle Freak – 1995)
Castle Freak invece è quello che succede quando Stuart Gordon prende un racconto minore come L’estraneo, ci butta dentro un castello italiano decrepito, una famiglia americana disfunzionale, Jeffrey Combs a quel punto col fegato mezzo bruciato dall’alcol e ne tira fuori qualcosa di completamente suo. Perché di diretto da Lovecraft, sinceramente, c’è poco o niente: l’idea di fondo, quella di una creatura deforme nascosta e tenuta segreta, fondamentalmente è tutto quel che resta del racconto originale.
Prodotto dalla Full Moon Pictures di Charles Band - che negli anni ’90 ha finanziato a più riprese i progetti di Gordon - Castle Freak recupera pure Barbara Crampton nel cast, altro nome fisso della squadra lovecraftiana del regista insieme a Combs.
Non è certo la summa massima della coppia, eh. Intanto, fra atmosfere gotiche, un moralismo di fondo su colpa e redenzione e la solita, sanguinosissima cura per l’effettistica pratica, Castle Freak resta un tassello che nel momento in cui si parla di film basati sui racconti di Lovecraft, non si può saltare.
Event Horizon (Event Horizon – 1997)
Eh, pure qua, tecnicamente, di Lovecraft non c’è manco l’ombra, visto che Event Horizon è una sceneggiatura originale di Philip Eisner e non si basa su nessun racconto. Solo che poi lo guardi e ti chiedi com'è che il nome di Lovecraft non è menzionato da nessuna parte.
Un’astronave scomparsa nel nulla che torna anni dopo, portandosi dietro qualcosa che ha visto oltre i confini della realtà conosciuta e che, di conseguenza, ha fatto impazzire tutto l’equipaggio. Roba lovecraftiana purissima: la follia come unica risposta razionale di fronte a un orrore troppo grande per essere compreso. Non a caso, la stessa identica idea del portale che spalanca le porte dell'inferno letteralmente inteso torna paro paro anche nel Doom del 2005.
Massacrato dalla critica all’epoca? Sì. Abbastanza confuso perché rimontato alla cazzomannaggia per esigenze di studio? Certo. Invecchiato forse maluccio? Effettivamente. Eppure, nonostante tutto Event Horizon oggi è considerato un piccolo cult dell'orrore cosmico da uno zoccolo incredibilmente duro di fan. a pieno titolo. Più per suggestioni che per meriti, ma tant'è.
Dagon – La mutazione del male (Dagon – 2001)
Dagon è il quarto e penultimo approccio – infatti l’ultimo sarà l’episodio H.P. Lovecraft’s Dreams in the Witch-House della serie Masters of Horror – di Stuart Gordon al lavoro di Lovecraft. Adesso capiamoci, eh: per quanto conosciuto, Dagon è pur sempre un racconto di circa una paginetta e mezza. Perciò, nonostante il titolo, il film di Gordon si basa per lo più su La maschera di Innsmouth; altro famosissimo racconto di Lovecraft e comunque collegato a stretto giro a Dagon. Comunque.
Sicuramente, questo non è un film perfetto. Anche se di poco, Gordon ha ceduto alla tentazione di usare la CGI al posto dei brillanti effetti prostetici del passato. Probabilmente, cosa nata pure dalla necessità di fare i conti con un budget miserabile. La recitazione poi, spesso è mediocre e ‘na grande pezza bisogna ammettere, ce la mettono i nostri doppiatori che salvano la situazione.
Eppure, nonostante questo Dagon è uno Stuart Gordon al suo meglio tecnico. Un lavoro di senso compiuto che prende vita attraverso una serie di suggestioni, toni, ambientazioni, ritmo e temi che rendono Dagon qualcosa di fedele e vicino in molti modi al sentimento generato dalla stessa scrittura di Lovecraft.
The Call of Cthulhu (The Call of Cthulhu – 2005)
In ottica moderna, un film come The Call of Cthulhu, basato sul culto e relativa antica, mostruosa divinità sepolta in un luogo che risponde a una “geometria non euclidea” impossibile da descrivere, potrebbe essere, ma giusto poco poco, complicato da realizzare; e se l’approccio fosse diverso, invece? Tipo film muto anni ’20, magari?
Ecco, questo è ciò che ha realizzato la H. P. Lovecraft Historical Society. Un’organizzazione che produce film, drammi radiofonici e repliche di oggetti di scena ispirati a Lovecraft, tutto rigorosamente in stile anni ’20 e ’30. Utilizzando un processo chiamato Mythoscope, un mix di tecniche dell’epoca e moderne, la HPLHS ha realizzato qualcosa di sorprendente.
Alla base, l’idea era creare l’adattamento più autentico e fedele di una storia di Lovecraft. Sullo stile di classici espressionisti come The Cabinet of Doctor Caligari allo stop-motion di Ray Harryhausen, l’obiettivo era portare sullo schermo The Call of Cthulhu come se nel 1926 avessero speso un paio di centinaia di milioni per realizzarlo. Un progetto bizzarro e affascinante, da vedere assolutamente.
AM1200 (AM1200 – 2008)
Allora, AM1200 di David Prior ha vinto due premi all’H. P. Lovecraft Film Festival del 2008 (Audience Award e Brown Jenkin Award), e secondo alcune fonti sarebbe ispirato a un'esperienza personale del regista, anche se non è mai stato confermato direttamente da Prior in nessuna intervista ufficiale. Prior, oggi meglio noto a Hollywood come documentarista di fiducia di David Fincher (Zodiac, Fight Club, The Social Network), ha ricevuto pure i complimenti dello stesso Fincher, che sulla copertina del DVD lo ha definito "uno dei registi più promettenti che abbia mai visto in anni". Peccato solo che non abbia una distribuzione capillare, perché è un lavoro incredibile.
A ogni modo, la storia è più o mena questa: era notte fonda è David Prior stava tornando a casa. C’erano ancora alcune ore di viaggio da fare e trovandosi in una di quelle strade buie e deserte nel mezzo del niente in provincia di non lo so, la botta di sonno era lì lì in agguato. Allorché, per evitare d’abbacchiarsi, comincia a smanettare con la radio.
La ricezione è da schifo e fra ‘na scarica di statica e l’altra, finalmente becca una frequenza – proprio quella che dà il titolo al film – più o meno decente. Solo che in mezzo al brusio di fondo, quelle frasi beccate a metà più che un programma radiofonico, pare la richiesta d’aiuto di qualcuno nel panico. Poi tutto diventa statica e non si capisce più niente. Spenta la radio, passa un po’ di tempo ma continua a ragionare sulla cosa.
A un certo punto, lungo il ciglio della strada, Prior scorge un’insegna ai margini di una stradina laterale. Più in là, nel buio, si vede il profilo della torre di una stazione radio. Il posto è squallido e pare totalmente abbandonato. Avvicinatosi al cartello, Prior si rende conto che quella è la stazione da cui aveva sentito quelle frasi inquietanti. Ecco, nella realtà, lui ha fatto dietrofront. AM 1200 invece, continua lì dove lui era venuto meno.
Die Farbe (The Color Out of Space – 2010)
Il regista tedesco Huan Vu, figlio di emigrati vietnamiti, ha realizzato un’assurda reinterpretazione di The Color Out of Space, vincendo ‘na valanga di premi a vari festival cinematografici internazionali. Girato interamente in bianco e nero – fatta eccezione per “Il Colore” – Die Farbe è un’opera avvincente, che ricorda il cinema espressionista tedesco.
Ci sono alcune piccole modifiche: la storia è ambientata negli anni ’50, in Germania anziché nel New England, e segue un giovane americano che tenta di ritrovare suo padre. Un soldato americano scomparso in Germania subito dopo la guerra.
A parte che non inficiano in alcun modo l’adattamento, questo sono cose dettate dal dover fare i conti con un budget minimo. Figuriamoci, sempre il noto studioso di Lovecraft S.T. Joshi ha pubblicizzato Die Farbe come “Il miglior adattamento cinematografico di Lovecraft mai realizzato”.
The Whisperer in Darkness (The Whisperer in Darkness – 2011)
Sei anni dopo The Call of Cthulhu, la H. P. Lovecraft Historical Society ci riprova. Stavolta con Colui che sussurrava nelle tenebre: uno dei racconti più solidi e strutturati di Lovecraft. oltre a un salto di qualità netto rispetto al muto in bianco e nero del 2005. Qui c’è il sonoro, gira tutto in bianco e nero ma con ambizioni da b-movie anni ’30 vero e proprio, altro che imitazione.
Stessa filosofia di fondo comunque: fedeltà quasi maniacale al materiale originale, nessuna tentazione di modernizzare o rendere “accattivante” la storia per un pubblico più ampio. Il professor Wilmarth che indaga su strane creature nei boschi del Vermont resta esattamente quello che era sulla carta nel 1931.
Il risultato è un film di nicchia dentro una nicchia, diretto solo a chi ha già amore sincero per l’opera di Lovecraft. Ma se rientri in quella categoria, è probabilmente l’adattamento più rispettoso mai realizzato.
Grabbers – Hangover finale (Grabbers – 2012)
Immagina il classico video da Paperissima Sprint, divertente come una carriera da indossatore di malattie veneree. Tipo quello con gli animali che devono stare "viccini-vicini" oppure il neonato random che s'addormenta con la faccia nel piatto, ok?
Ecco, prendi ‘na cosa del genere e fai però che finisce in un grottesco bagno di sangue. Questo è il punto: di commedie dell’orrore ce n’è veramente a buttare. Tuttavia, quelle in grado di reggersi senza far esclusivamente affidamento sul paradossale sono pochissime. Pare strano con quel sottotitolo, ma Grabbers fa parte di questa piccola cerchia. Anzi.
In pratica, a largo delle coste di Erin Island, una di quelle piccole comunità isolate dove tutti conoscono tutti, si schianta una luce verde proveniente dallo spazio. Gli abitanti cominciano a essere decimati da ‘sti viscidi mostri alieni tentacolati che si nutrono di sangue. A quanto pare l’unica cosa in grado di ucciderli è l’etanolo; cioè l’alcol etilico.
Essenzialmente, per evitare di essere bevuti vivi e combattere i mostri, i protagonisti sono costretti ad alcolizzarsi a ufo. Certo, un po’ Alien, un po’ Tremors, uhm… un po’ tutto va. Grabbers non è un film privo di difetti. Però è brillante, ha una storia divertente e tutto sommato coinvolgente; e poi c’è da dire che ha una delle premesse più originali degli ultimi anni.
Southbound – Autostrada per l’inferno (Southbound – 2015)
In un furgoncino, due tizi guidano lungo un tratto di strada deserta. Arrivano a una stazione di servizio, nel tentativo di sfuggire a degli esseri fluttuanti che li seguono in lontananza. Partono a manetta, ma ogni volta si ritrovano puntualmente all’anonima stazione di servizio da cui erano partiti. Questa è una premessa molto carina che dà il via a Southbound.
Southbound è un’antologia di cinque storie horror interconnesse, il cui tema centrale è la colpa. Ovviamente, come ogni omnibus, pure questo c’ha i suoi alti e bassi. Tuttavia, pur senza ostentare pesantemente la sua influenza lovecraftiana, rimanda perfettamente quel senso di occultismo e terrificante ineluttabilità, del renderti conto che nonostante tutti i tuoi sforzi, il male ti raggiungerà sempre e comunque.
The Void – Il vuoto (The Void – 2016)
Col suo approccio stile Assault on Precinct 13, The Void è un chiarissimo e per niente velato omaggio al cinema di John Carpenter, Lucio Fulci, George Romero e soci. L’orrore cosmico è il fulcro di tutto e di sicuro, se uno volesse farsi subito un’idea dei temi della letteratura Lovecraftiani, The Void è il punto da cui partire. Ché ci sono proprio tutti o quasi, insomma.
Sfortunatamente, proprio questo è il grande problema del film. Non che sia derivativo. Anzi. Tiene botta efficacemente per quasi tutta la sua durata. Il punto è che, sfortunatamente, nella sua, come dire… fretta d’inchinarsi e venerare i suoi dei, The Void liscia su quei punti che avrebbe dovuto approfondire di più.
Punti che avrebbero aiutato molto lo sviluppo di storia e personaggi, rendendolo un film molto più solido. A parte questo, resta comunque un prodotto notevole e per molti versi, impressionante. Sì, sicuro merita di essere visto.
The Endless (The Endless – 2017)
Anche se in generale è una questione di prospettive, il budget è un problema costante. Però se hai una buona idea e una sceneggiatura intelligente, vero è che non c’è bisogno di cifre folli alla Michael Bay per fare un buon film. Questo è proprio il caso di The Endless, probabilmente uno dei film più interessanti di questi ultimi anni.
La storia segue i fratelli Justin e Aaron, ragazzi normalissimi che vivono alle prese coi problemi di tutti i giorni. Salvo il fatto che da ragazzini appartenevano a Camp Arcadia, una comunità dedita al culto degli Ufo. Justin, il maggiore, se n’era tirato fuori portandosi il fratello perché convinto che quello fosse un culto della morte e prima o poi, sarebbe arrivato il momento del suicidio di massa rituale.
Invece Aaron ricorda la comunità di Camp Arcadia pacifica, amichevole e innocua. Nonostante siano passati dieci anni e visto che le loro vite non stanno andando proprio tutto ‘sto granché, Aaron convince il fratello a tornare a Camp Arcadia per un giorno. Ecco, questo è tutto ciò che c’è da dire su The Endless.
Perché questo è un film che va visto. Estremamente avvincente, arguto e intelligente. Fatto di allegorie, simbolismi e metafore che evocano i meglio David Lynch e John Carpenter al massimo della forma. Come Possession, The Endless gioca con le percezioni: tutto è reale o forse è tutto un sogno, comunque è disarmante il terrore che nasce dall’incapacità di distinguere la fantasia dalla realtà.
Color Out of Space (Color Out of Space – 2019)
Lovecraft è inadattabile. Questo è il mantra che tutti (si) ripetono; e da un lato, questo è incontrovertibilmente vero. Chiaramente, uno non è che adesso può dire di aver visto ogni singolo, micragnoso film basato sui lavori di Lovecraft. Tuttavia, avendone visti probabilmente più del necessario, questi venti film, sono appunto l’eccezione che conferma la regola: Lovecraft è inadattabile.
Però, c’è pure da specificare che diventa inadattabile nel momento in cui lo si approccia con la tipica mentalità americo-hollywoodiana: una guerra alimentata a soldoni. Sfortunatamente, continuare a spendere soldi, non è come lanciare un incantesimo: ci sono cose che semplicemente non possono essere risolte con questa mentalità.
Quindi, figuriamoci quando venne fuori che Richard Stanley, sì, un genio, ma che in ogni caso non si metteva dietro la macchina da presa dal pleistocene, stava lavorando su un adattamento di Colour out of Space. Per di più, quando venne fuori che il protagonista sarebbe stato Nicolas Cage: non se lo merita assolutamente, ovvio, ma le credenziali di Cage all'epoca erano ancora ai limiti di una barzelletta sul Cucciolone.
perciò, le premesse per cui ‘sto nuovo Color out of Space fosse, appunto, ‘na specie di barzelletta c’erano tutte, insomma. Invece, Stanley, un po’ come George Miller ritiratosi nel deserto a settant’anni e tornato come un minotauro in overdose di viagra in preda alla rabbia da steroidi, è riuscito nell’incredibile impresa di realizzare un film impossibile. Su carta. Per tanti, troppi motivi. Ma a quanto pare, per ‘sti tipi la parola impossibile non esiste.
Suitable Flesh (Suitable Flesh – 2023)
Chiudiamo il cerchio, letteralmente. Suitable Flesh è scritto da Dennis Paoli, lo stesso sceneggiatore di Re-Animator, From Beyond e Castle Freak, e prodotto (oltre che interpretato) da Barbara Crampton, presenza fissa in tutti e tre quei film. Vent’anni e passa dopo, la vecchia squadra di Stuart Gordon si rimette insieme, con Joe Lynch alla regia al posto del maestro, scomparso nel 2020.
Tratto da La cosa sulla soglia, uno dei racconti più inquietanti di Lovecraft sul tema dello scambio di corpi e dell’identità, il film ribalta i ruoli classici del racconto originale in chiave di genere, con Heather Graham nei panni della psichiatra che finisce per essere risucchiata nell’orrore del suo stesso paziente.
Non arriverà mai ai livelli di Re-Animator, diciamocelo. Ma come atto d’amore verso l’eredità di Gordon e come prova che il filone lovecraftiano più “carnale” e viscerale è tutt’altro che esaurito, Suitable Flesh funziona benissimo.
Ebbene, detto questo anche per oggi è tutto.
Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.




























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